Il 28 luglio del 1943
Passavano intanto i giorni, i mesi. Giunse l’estate del 1943.
Le scuole si chiusero a maggio: furono aboliti gli esami di Stato e tutti
furono promossi. Molti ragazzi, delle classi più anziane, erano già an
dati sotto le armi. Per me ci voleva ancora un anno, per la chiamata di leva.
Aumentavano le le restrizioni e i bombardamenti. La sera, la città sem
brava morta: pochi vi rimanevano; quelli che potevano si rifugiavano nel
le campagne e nei piccoli paesi. Si vedeva solo qualche caffè aperto,
con la pesante tenda blu sulla porta, per non far trapelare luce fuori.
Poi la radio annunziò, il 25 luglio, che il cav. “Benito Mussolini, Capo
del Governo” s’era dimesso e, al suo posto, il re aveva disegnato
il “Maresciallo d’Italia cav. Pietro Badoglio”.
Seguirono giorni d’attesa. Il quotidiano locale pubblicò un articolo in
cui si diceva che il duce s’era sacrificato per il bene supremo della Patria:
il suo era un esempio per tutti. Capivamo, però, che erano le solite cose,
gonfie di retprica e di luoghi comuni, che si ripetevano ancora. Certo, era
vamo ad una svolta…Fu proclamato il coprificuo: alle venti tutti gli ita
liani dovevano essere già nelle loro case.
Noi ci fermavamo all’oratorio sino alle diciannove, al massimo alle di
ciannove e trenta: discutevamo in silenzio, partecipi di quell’atmosfera di
ansiosa attesa ch’era calata sul Paese.
Fra noi c’era un giovane, di tre o quattro anni più anziano di noi, che si
distingueva per la sensibilità, il buon senso, la bonta d’animo: si chiamava
Gianni Squicciarini, e ci disse che, caduto Mussolini, erano venute meno le
ragioni per continuare la guerra. Eppure Badoglio, prendendo posseddo del
governo, aveva solennemente proclamato: “La guerra continua”.
Poi venne il 28 luglio 1943. Alcuni ragazzi vennero verso le nove, a ca
sa: avevano saputo che ci sarebbe stata una grande dimostrazione. Noi do
vevamo partecipare; questa volta nessuno ce lo comandava, la cosa era
spontanea: dovevamo gridare la nostra fiducia nella libertà, nella fine del
la guerra, e soprattutto in favore del re, che pareva ora comandasse dav
vero lui; non c’era più il duce e i destini della Patria erano tornati nelle sal
de mani dei Savoia.
Raggiungemmo il corteo che s’era formato vicino alla libreria Laterza
e, con meraviglia, vedemmo molti compagni di scuola. nelle prime file c’e
rano i ritratti del re e di Badoglio, issati su lunghe pertiche. Qualcuno di
stribuivanastrini tricolori, che mettevamo all’occhiello della giacca. La fol
la aumentava sempre più e, al grido di “Viva il re” e Viva Badoglio”, i ma
nifestanti s’avviarono verso il centro. Ogni volta che s’incontravano soldati
e ufficiali, questi venivano calorosamente salutati.
Al corso vittorio Emanuele il corteo si fermò dinanzi alla sede del
gruppo rionale fascista “Riccardo Barbera”.
Vedemmo entrare alcuni giovani nel portone; e poi, all’improvviso, ap
parvero al balcone del palazzo ed incominciarono a buttare sulla strada se
die, scrivanie, libri, giornali, circolari. Noi gridavamo ma la cosa ci face
va un curioso effetto: non avevamo fatto altro che discutere, in quegli an
ni, di “fascismo” e di “mistica fascista”, ed ora quei lanci inaspettati, quel
la furia inattesa…E poi eravamo abituati a quelle “altre manifestazioni”,
dove non c’era furore di contestazione. Ma vedevamo, franoi compagni
di scuola, nomi che conoscevamo come Graziano Fiore, il figlio del pro
fessore perseguitato, i fratelli Antonio e Francesco S., che appartenevano
ad una famiglia di grossi commercianti che operavano all’estramurale Ca
pruzzi. C’era anche un professore delle scuole elementari, selvaggi, un lu
cano burbero ma dal cuore d’oro che veniva spesso a trovare il nostro mae
stro e parlava a lungo con lui. Essi non potevano essere che sinceri e nel
gius, come ci sentivamo noi…
Poi sul balcone apparve un uomo dalla barba nera, gli occhiali spessi,
il viso acceso che spiccava sul bianco dell’abito estivo. Ci dissero che era
il prof. Fabrizio C., appena uscito di galera.
Era uno degli antifascisti di Bari.
Noi non li conoscevamo: sì, avevamo sentito parlare contro il “regime”
nelle nostre case, ma uno che organizzasse effettivamente il movimento di
rivolta non lo avevamo mai visto.
Il professore, intanto, voleva parlare: levò le mani in alto per coman
dare il silenzio, ci fecero segno di stare zitti anche altre persone che lo ave
vano raggiunto sul balcone. Il chiasso, però, era enorme ed il corteo si ri
buttò di nuovo su via Sparano, la via principale della città, dove i nego
zianti si affrettavano ad abbassare le saracinesche dei loro magazzini.
E si diresse, deciso, verso la sede della federazione fascista.
Qui fu fermato, fra il cinema Umberto ed una pasticceria, da una fila
di soldati, elmetti in testa, sottotegola neri, minacciosi moschetti con le
baionette inastate.
La folla premeva e i solfati puntarono le armi: i dimostranti alzarono
di più i ritratti del re e di Badoglio e cantarono più forte: “Fratelli d’Ita
lia…” L’ufficiale che comandava la truppa incominciò a parlare con un
giovane bello, in maniche di camicia, che, ad un tratto, si scoprì il petto e
disse: “Fareste fuoco sugl’Italiani come voi?”
Poi, non sono come successe, sentimmo sparare, i soldati avanzarono ter
ribili facendo fuoco, i canti tacquero, s’incominciò ad urlare; i primi ra
gazzi caddero ed io rimasi sotto due, tre persone ferite. Le schegge salta
vano, secche, i ragazzi piangevano, un sangue caldo mi incominciò a cola
re sul volto, sulla giacca.
Nella ressa avevo perduto una scarpa e, sotto i feriti, cercai di ritro
varla: come avrei potuto tornare a casa scalzo? Ma il fuoco continuava sul
la gente che ora era già a terra, muta nella morte o dolente per le ferite.
Vedevo la pubblicità del cinema Umberto, immagini di donne e di uo
mini felici, e pensavo ai miei, al professore delle elmentari: poi ci fu una
pausa del fuoco, tremenda. Mi alzai piano, scostando i giovani sopra di me
che si lamentavano. Vidi anche altri che si alzavano e scappavano. Feci lo
stesso, anche se avevo un dolore alla spalla e sentivo che ora mi avrebbero mi
avrebbero sparato alla schiena. Non successe niente: svoltai l’angolo e, se
guito da un altro ragazzo, fuggii. Si aprì la porta di un negozio, quello del
l’ing. Banfi, all’angolo di piazza Umberto, e un operaio ci tirò dentro.
Eravamo tutti insanguinati, sentimmo pure espressioni di pietà; ci por
tarano nel gabinetto, ci lavarono. La spalla mi brcava sempre. Poi ci dis
sero di andarcene subito a casa, subito. Intanto era suonato l’allarme; noi
uscimmo, ma non volevamo lasciare il luogo e ci rifugiammo in un portone che
trovammo aperto, in via Crisanzio n. 6, dietro la grata dell’ascensore.
Ci sentivamo sicuri lì, come in casa, e l’oscrità del portone ricordava certe
penombre casalinghe durante i temporali. Incominciarono a passare, diretti al “pronto soccorso” dell’ Università,
carrozze e barelle e semplici traini a mano, che portavano i morti e i feriti della
dimostrazione. Vedemmo il professore C. su un trainetto, con le gambe penzoloni,
il bianco vestito estivo insanguinato e che invitava, calmo, i suoi portatori
ad andare piano.
E vedemmo i morti: il prof. Selvaggi, Graziano Fiore bianco come un cencio, il
mio compagno di scuola De Girolamo.
Guardavamo muti, accasciati, frementi: passarono nugoli di agenti in borghese
che portavano bandiere, ritratti di Badoglio e di Vittorio Emanuele, scarpe, giacche.
Suonò il cessato allarme. Il mio compagno si mise a singhiozzare. Passò, lenta, una
filovia: io ed il ragazzo ci guardammo e ci abbracciammo, all’improvviso, piangendo
una pena antica.
Poi lui prese la via della stazione, io salii sul filobus, togliendomi la giacca
insanguinata. Il tranviere mi guardò incuriosito; cercai di essere disinvolto, ma
piangevo e le lacrime mi scendevano sul volto, sulla camicia.
Passando a poca distanza dalla federazione del fascio, scorgemmo i vigili del
fuoco che, con una potente pompa, cancellavano dalla strada le macchie di sangue.
Sulla finestra principale, al primo piano, brillava la scritta: VIVA IL DUCE.
Vito Maurogiovanni, tratto da”La città e i giorni”, ed. Progedit .