Il Petruzzelli dovrebbe fra pochi mesi riaprire i battenti, dopo il fuoco che lo distrusse in tutta la sua bellezza. Già, il fuoco , il grande nemico dei teatri di tutto il mondo ( ma è un nemico che ha anche chi lo alimenta). La storia dei luoghi di spettacolo racconta sempre dei suoi effetti, più che delle cause, e ne registra anche la paura che sempre i teatranti hanno avuto di quel grande, pericoloso avversario. Un filosofo e storico di grande fama, parliamo di Benedetto Croce, racconta come a Napoli si tentasse di tenere lontane le diaboliche lingue di fuoco con atti di pietà, sospesi fra religione popolare e qualche traccia di paganesimo. I proprietari , e i comici che vi recitavano, del San Carlino così, il famoso baraccone della storia dei teatri popolari partenopei, pagavano ogni giorno una messa per scongiurare quel pericolo. Un monaco così del vicino convento di San Pasquale si presentava ogni mattina ai teatranti per riscuotere da quindici a venti grana, il prezzo cioè di una messa.
Il teatro san Carlino valeva ben una messa. Il sacro ufficio però non bastava: accanto allo spaccio dei biglietti c’era un’immagine della Madonna, innanzi alla quale l’impresario curava che fosse sempre una lampada accesa. La devozione mariana non era solo giustificata dalla protezione della Vergine per il benedetto, anzi maledetto fuoco. C’era anche la speranza che propiziasse le recite. In occasione delle “ prime teatrali” così non bastava la lampada, si accendevano anche quattro candele. E quei riti devozionali non bastavano. Il giorno prima della recita si sparavano fuochi artificiali- fuoco scaccia fuoco e poi porta anche fortuna.- e nel giorno di sant’Antonio abate, gran protettore dal fuoco e dagli incendi, si ardevano botte di pece. Nel maestoso teatro san Carlo invece c’era addirittura una cappella e un’ altare per sant’Antonio abate “ protettore contro gli incendi e il 22 gennaio- scrive Benedetto Croce- vi si faceva festa innanzi all’entrata con fuochi artificiali in onore del santo e del suo porco, messo in alto e illuminato”,
Ma i teatri non bruciavano solo in Itala, anche all’estero eguale fenomeno. A Parigi , per esempio. Nel 1827 brucia il centrale Théâtre de l’Ambigue Comique. Era stato costruito nel 1769 e, nel cuore della ridente capitale sulla Senna, con i suo seicento posti, era il punto d’attrazione per i drammi, i melodrammi e anche i vaudeville. Il forte però erano i drammi pieni di tragiche situazioni sicché veniva denominato il” boulevard du crime”. E non fu un crimine anche il suo incendio? Altro teatro parigino bruciò all’inizio del secolo . Era il Théâtre des Varietès Amusants, fondato nel 1787 da un ex attore dell’Opera Comique diventato poi dentista e fondatore di teatri. Anche nel passato, la professione del dentista aveva i suoi lati proficui. La costruzione si levava superba in una via con un grosso nome storico, il cardinal Richelieu e la sua importanza crebbe tanta che, spesse volte, quel teatro nel cuore parigino cambiò sovente nome. Si chiamò “Le Richelieu” , in onore della via e del suo famoso cardinale politico, statista e Ministro di Luigi XIII: e poi Théâtre de La Liberté e de l’Egalité, Théâtre de La Repubblique, titoli altisonanti e patriottici ,che esaltavano il pubblico numeroso che lo frequentava. Finì lo stesso distrutto dal fuoco nel 1930. Fu poi restaurato ed è oggi sede della Comedie Française Fra l’altro, ai suoi tempi, era un locale riscaldato. Nei sotterranei difatti era stata messa su una fornace che alimentava una grande stufa posta al centro della sua sala ad impianto circolare marcata da quattro solide colonne. Le cause dell’incendio? Sicuramente non fu quell’antica stufa. Non abbiamo comunque trovato , nei documenti consultati, traccia di come il fuoco sia divampato. I misteri, si sa, esistono anche a Parigi.
“Salve, vorrei sapere l’origine del cognome Miano o Milano”
Miani, e Miano, sono varianti del cognome Emiliani che è diffuso sporadicamente in tutta Italia, con più alta frequenza per Emiliani e Miliani in Emilia e in Toscana. La diffusione nel sud è per Miano e , nel Veneto, per Miani. In realtà l’origine è latina, dal cognomen Aemilianus, nel senso di oriundo dall’Emilia. Milano è invece una variante di Milani. Diventa Milano come toponimo del capoluogo lombardo. Nel Veneto è Milan e Milano , in molte zone lombarde, è un cognome israelitico. Nella tradizione - o necessità? - ebraica di prender il cognome delle città nelle quali vivevano.
Nel mese di dicembre prossimo- questa la grande speranza- il Petruzzelli sorgerà di bel nuovo , e meraviglioso, dalle ceneri del suo incendio. L’avvenimento ci ricorda ancora che la sorte di molti teatri italiana è stata legata alla triste realtà degli incendi. Da un incendio fu distrutto anche il glorioso Teatro alla Scala.
Il mattino del 25 febbraio 1776 Milano, allora sotto il dominio degli Asburgo, ebbe un brusco risveglio: il Regio Ducale Teatro, sorto nel 1598, era ormai un pugno di cenere. Incendio doloso? Sono passati alcuni secoli e, ancora oggi, la domanda non ha avuto risposta. Il doloroso evento mise in subbuglio la cittadinanza che in quel luogo aveva il suo grande punto d’incontro, il viceré, conte Firmian, e la stessa corte viennese nella quale imperava l’illuminata Maria Teresa.
In subbuglio erano i palchettisti, i proprietari di gran parte del teatro incendiato. La deci¬sione imperiale non si fece attendere: in pochi mesi fu adottato il provvedimento di ricostruzione che doveva essere effettuata a cura dei palchettisti-proprietari e comprendere la costruzione di ben due teatri: uno piccolo ed uno grande. Per quello grande fu scelta l’area di Santa Maria della Scala, nel cuore della città,a poca distanza dal Palazzo di Corte, l’attuale Prefettura.
Fu scelto poi l’architetto che doveva porre mano al nuovo progetto: l’umbro Giuseppe Piermarini, allievo di Luigi Vanvitelli, il grande costruttore della Reggia di Caserta. Con Vanvitelli il geniale umbro aveva studiato palazzi, chiese e musei meridionali dai quali trasse forte ispirazione per uno stile preciso e temperato negli slanci dell’immaginazione.
Nella capita¬le lombarda il Piermarini godeva la fiducia degli Asburgo, anche perché, accanto alle doti intellettuali, il nostro personaggio aveva dalla sua parte la nobiltà e per giunta si presentava con dignità ai potenti ed affabilità con gli umili. Quando l’imperatrice Maria Teresa diede il suo «augusto» consenso alla costruzione del nuovo teatro, Piermarini immaginò una linea architettonica che nella sala avesse la perfezione musicale e un’acustica che potenziasse la resa della musica demolendo la tesi, molto diffusa sul finire del Settecento, secondo la quale la perfezione acustica fosse solo l’esito d’un caso fortuito.
I tempi della ripresa teatrale milanese, dopo il misterioso incendio, sono davvero considerevoli: il teatro bruciò il 25 feb¬braio 1776, i lavori per il nuovo incominciarono il 3 agosto dello stesso anno.
Due anni dopo, il 3 agosto 1778, il teatro fu inaugurato benché la facciata fosse incompiuta. Eraun giorno afoso quel 3 agosto 1778, ma verso sera si levò un vento fresco che invitò i curiosi, gli strilloni, finanche gli «equipaggi» delle carrozze (per tutto il giorno avevano intasato, con i loro veicoli, le strette vie cittadine) a riempire il luogo dove l’opera del Piermarini si levava già solenne anche se la piazza oggi esistente, con la nobiltà degli attuali edifici, era di là da venire.
In cartellone, per la prima, c’era l’«Europa riconosciuta», libretto dell’abate romano padre Mattia Verazi .Il musicista era il grande Anto¬nio Salieri, che già da qualche anno era divenuto compositore di corte a Vienna (Maria Teresa lo inviò con grande piacere a Mila¬no per confermare il primato viennese) e maestro di Beethoven, di Liszt, di Meyerbeer, di Schubert. Una voce popolare l’avrebbe poi accusato di avere avvelenato il grande Mozart.
Nella sala facevano magnifico sfoggio ciambellani, gentiluomini e gentildonne nonché, solenni e impettiti, ufficiali «armati» dell’imperial regio esercito asburgico. Ma il pubblico prestò poca attenzione all’esecuzione e dell’opera perché –com’era costume del tempo- amava conversare, mangiare giocare nei palchi “ e fermare l’attenzione soltanto in qualche punto dell’opera, per ascoltare un cantante ammirato, ‘a maggior godimento e divertimento suo”».
Sembra, codesta cronaca sette¬centesca, il resoconto di un’attuale serata televisiva in famiglia dove si gioca e si conversa e, di tanto in tanto, si dà un’occhiata ai personaggi che suscitano qualche interesse sul piccolo schermo.
Nel cuore della città, c’è un calendario che segna le date che mancano all’apertura , anzi alla riapertura del Petruzzelli. Siamo convinti che segna le date esatte, il prossimo dicembre sarà grande festa per la città. Ma poi pensiamo al fuoco, al fuoco che lo distrusse e, spigolando fra libri e documenti e pensieri vari, non possiamo non dire che la storia dei teatri italiani è legata agli incendi. Abbiamo fatto allora un viaggio per teatri incendiati, da mano nota e ignota, dal caso, dalla tempesta, dalla malvagità umana. Volete un…ameno elenco di codesti disastri? Partiamo dal teatro San Benedetto di Venezia. Correva l’anno 1774, all’improvviso, in una notte pur serena, le fiamme divorarono il teatrino. Fu il legno che abbondava nella sua costruzione, fu un fulmine vagante per il cielo, anche se la notte era chiara, fu mano malvagia? Le cause non furono mai accertate, la memoria cittadina dimenticò l’evento ma, grazie a Dio, ci fu un poeta – abate per giunta- che lasciò versi risonanti ironia, pieni di humour e di grazia veneziana e un po’ di moralismo, che ci riportano all’avvenimento. C’è anche rabbia perché i veneziani si strappano le vesti per un teatro di poco conto- è di legno, ci vuole un mese per rifarlo- e non vedono che vanno in rovina chiese e chiostri. Il poeta si chiamava Angelo Maria Labia e i suoi i versi così suonano: ” Xe andà in aria el teatro San Beneto/ consumà da le fiame, el xe andà zo/ cussì a la presta che in un’ora, o do,/ l’è resta ischeletrio col muro schieto/. Chi pianze el cavedal mal impiegà,/ chi el so palco dipinto e chi el fornìo,/ chi le feste che piu’ non se farà./ Per un teatro sta desperazion,/ fato de legno e che va su in un mese /, e po’, senza mostrar pertubazion/ per la rovina de più chiostri e chiese,/ se vede in rischio Stato e religion/. Mi,perdio, no capisso sto paese./”
Già ,il Paese, lui non riusciva a capirlo. Ma passiamo ad un altro incendio, non lontano da Venezia: Treviso. Nella bella città affacciata sul ridente Sile, nel 1692 il conte Fiorino d’Onigo fondò un teatro al quale dette il suo nome, teatro d’0nigo. La sua storia registra ben 2 incendi: il primo nel 1836, causò la distruzione di gran parte delle strutture lignee e non si appurò mai chi o che cosa causò il fuoco distruggitore.
Il restauro non avvenne subito: ci vollero dieci anni per fare tornare il teatro a risplendere nella sua bellezza.
Nel 1868 un secondo grande incendio e questa volta si conoscono l’autore e anche l’attività di colui che fu causa del rogo.Il reo : il custode del teatro, tale Triarca, il quale confezionava fuochi pirotecnici e pensò bene di servirsi del palcoscenico come deposito dei suoi pericolosi giochi. In realtà faceva le cose con attenzione, ma un maledetto razzo sfuggì alla sua attenzione e , scoppiando fra il legname del palcoscenico , abiti di scena, scenografie facili a prender fuoco, provocò il grande disastro. Invano servizievoli cittadini si dettero ,con i secchi, a gettar acqua del Sile sulle fiamme che divampavano inesorabili. Malgrado l’immane fatica di spegnere con ”piccoli secchi” il grande fuoco alla fine si constatò la gravità del danno. Fu subito annunciato che erano rimasti in piedi solo i muri perimetrali. Bugia. Un giornalista de “ Il Rinnovamento” , un quotidiano di Venezia, rilevò così le reali rovine subite: “ Il palcoscenico è interamente scomparso , come è scomparso tutto il soffitto, mentre l’ossatura dei palchetti che era tutto in cotto , è tuttavia buona e utilizzabile. Si riuscì anzi a salvare molti mobili e parte dei palchetti stessi. L’atrio, le scale e le sale sono perfettamente intatti, fatta eccezione di un qualche annerimento nell’intonaco delle muraglie che era a scagliola, annerimenti di cui si è giovato uno dei soliti genii incompresi , per scrivervi su colle dita “ infame cittadina sventura “.
Il giornalista scende anche nel merito dei fatti assicurativi. Scrive infatti che “ il danno sarà di circa italiane lire 160.000- e non è assicurata che la somma di lire 87.000, colla Mutua Reale di Torino- la quale calcolati i rimasugli non pagherà, a mio credere, che lire 60.000 circa “
Tanto di cappello al giornalista veneziano –per la cronaca la sua nota è firmata solo U.- perché riferisce i fatti così com’erano. Bontà della stampa quando riferisce la realtà degli eventi, anche perché in questi incendi di teatri scopri che la verità sia davvero da ricercare con il lanternino.
“Salve, mi piacerebbe conoscere l’origine del mio cognome CASTIELLO“
Castiello è una variante di Castelli dal quale nascono anche Castello, Castella, Castielli,Castiglio, del Castello e Del Castiglio. Castiello è proprio del Napoletano e questi cognomi rappresentano, attraverso originari nomi e soprannomi etnici, toponimi formati e derivati da castello, la fortificazione distribuita, con altissima frequenza, in tutta Italia. Corrisponde questo etimo anche al cognome spagnolo Castillo, anch’esso legato ai castelli, e dal quale, in Lombardia e nel Veneto, sono nati Castiglioni, Castelfranco e Castelnuovo. Legati a famiglie israelitiche che prendevano codesto cognome dai centri prima indicati del Veneto e della Lombardia.
Vito Maurogiovanni
Vuoi conoscere l’origine del tuto cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
“Ciao, mi piacerebbe conoscere l’origine del mio cognome AMORUSO”
Il cognome Amoruso è una variante, con Amorosi e Amorosa, di Amoroso, un nome affettivo molto diffuso a Bari e derivante dall’aggettivo amoroso nel senso di ” pieno d’amore,innamorato” e anche” molto caro, molto amato”. Fu documentato dall’XI secolo anche a Molfetta, e in molti centri del Sud, nella forma latinizzata Amorusius e Amorusus.
Vito Maurogiovanni
Vuoi conoscere l’origine del tuo cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
“A me piacerebbe molto conoscere l’origine del mio cognome Castellana. Ricordo che un prof delle superiori mi aveva detto che i cognomi che derivavano da nomi di città e paesi erano tipicamente ebraici, è davvero così?”
Cara amica,
Castellana viene fuori da Castelli, un soprannome, un toponimo derivati da castello.I cognomi nacquero anche dalle attività personali e qui il riferimento ai castelli è chiaro, chi viveva nei manieri e,vi esercitava un mestiere, una funzione o addiritura abitasse nei pressi di un castello.. Da Castelli vennero fuori Castellana, Castellaneta, Castiello, Castello, Del Castello, Castellacci, Castellino, Castellucci, una grande variante sempre basato su antichi avi che avevano contatti castellani. Questa volta il riferimento a città e paesi non centra. Per quanto riguarda gli ebrei è vero che molti di essi spesso prendevano il cognome dalle città in cui vivevano.
Vito Maurogiovanni
Vuoi conoscere l’origine del tuto cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto
“Ho letto il suo articolo sul vestito di Piccinni e mi sono ricordata di qualcosa che mi diceva mia madre. Mi raccontava che una volta quella statua era vestita. La statua è opera di uno zio di mio nonno(fratello di sua madre Fiore) e non so perchè quei vestiti finirono nella casa di mio nonno. Mia madre e le sue sorelle si diverivano ad indossarlo, specialmente a carnevale. Poi mio nonno lo donò ad un museo. Non so quale. Oggi mia madre ha 92 anni, sta bene in salute ma la testa va un pò per i fatti suoi. Lei sa qualcosa di questi vestiti e sa dove sono conservati? Credo che malgrado la sua confusione senile forse per mia madre sarebbe una bella emozione poterli rivedere.
Grazie mille”
Mirella Gravili
Cara amica, faremo delle ricerche per avere notizie sul “vestito” di Piccinni e ci farà molto piacere se riusciremo in questo intento poter rallegrare sua madre, che salutiamo affettuosamente insieme a Lei.
Vito Maurogiovanni
Il cognome Montemurro è stato esaminato dallo studioso tedesco Gerhard Rohlfs nel suo ” Dizionario storico dei cognomi in Lucania ” che per oltre sessant’anni s’insediò nell’Italia meridionale per lo studio dei nostri cognomi. Esaminò Murri, Murro e Montemurro, gli ultimi due li fa derivare dal primo. Nulla dice sula vera origine ma osserva che Murri lo rintracciò a a Stigliano, in Calabria e a Napoli; Murro a Potenza e a Stigliano, Montemurro a Matera, Potenza,Chiaromonte ma anche in Calabria e nel Napoletano.. In Sardegna esiste Murru che letteramente significa uomo dal viso grigio,irato,arrabbiato.Ma Murru, riteniamo, ha poco a che vedere con i tre cognomi sopra riportati
Il cognome Popolizio,sempre lo studioso tedesco Gerhard Rohlfs lo rintracciò a Matera e Sant’Arcangelo ma anche in molti paesi calabresi.Nulla aggiunge sulla sua origine
Per leggere il cognome Ungaro bisogna rifarsi ad Ongaro, diffusosi nell’ XI secolo nella forma Ungarus,chiara indicazione per “ coloro che venivano dall’Ungheria”. Erail soprannome, e poi cognome, adottato dai nuclei familiari che tra il X e l’XI secolo, calavano in Italia dall’est europeo.Nella penisola fu chiamato angario, ma anche ungherio, il ducato d’oro coniato dai re ungheresi. Nome complesso, dunque: immigrazioni da paesi lontani e moneta sonante e preziosa. Deriva da Ungaro anche Ungaretti e il ricordo va subito al grande poeta, Giuseppe Ungaretti.Sugli elenchi telefonici, abbiamo notato 1294 Ungaro.
Vuoi conoscere l’origine del tuo cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
Vi dirò: gli artigiani hanno esercitato sempre un forte fascino su di me. E’ un fascino antico, risale alla mia giovinezza quand’ero un ragazzo di strada ed ero sempre in contatto con cestai, falegnami, calzolai, sarti, fabbro-ferrai, modiste la cui arte raffinata era soprattutto quella di preparare ricercati cappellini per signore e signorine sui quali penne di struzzi e di pavone e modelli pieni di grazia facevano il loro capolavoro d’arte. E soprattutto rimanevano per tutta la vita fedeli amiche delle signore che si servivano della loro opera.Accanto a loro guantai, barbieri, coloro che lavoravano il cuoio ed altri gran curatori dei finimenti dei cavalli nel tempo in cui le carrozze erano tanta parte del trasporto non solo urbano. Erano codesti lavoratori dei grandi creatori. Con le mani, e l’ingegno e la fantasia e con i pochi strumenti a loro disposizione forgiavano i prodotti che il mercato allora richiedeva. Certo, non navigavano nell’oro. In quei tempi non esistevano organizzazioni sindacali che li proteggessero nella loro attività, non godevano nemmeno di assistenza sanitaria e la pensione, giunti all’età della vecchiaia, era un sogno che si realizzò quando, con l’avvento dei governi democratici e la creazione delle organizzazioni sindacali, il Paese rivolse la sua attenzione a queste grandi fasce di benemeriti lavoratori.
In realtà, la gente li trattava con molto rispetto, attenta al loro lavoro, alla loro abilità e anche alla maniera con cui si facevano pagare. Gran rispetto per il mestiere, ma l’attenzione della gente a quel che costa un servizio è cosa antica. Succede…Però, gran rispetto per questi maestri tant’è che la gente li appellava con il titolo di “ meste”. E, per estensione, erano anche “ meste”, maestri, tutti coloro con i quali si avevano frequentazioni di contatti e sembrava disdicevole chiamarli per nome onde si appellavano con quel rispettoso titolo. Il quale era elargito, nel rispetto che un tempo si aveva anche per gli estranei, anche a coloro con cui si veniva casualmente in contatto con. Anche al signore al quale ci si rivolgeva solamente per chiedere che ora fosse. E di questo privilegio godeva anche la consorte del nostro eroe. Se il consorte era “ u meste”, ella era “ la meste”, e l’appellativo era un segno di rispetto, di attenzione, il riconoscimento della dignità della donna che collaborava, in amore e rispetto, al nobile mestiere del marito.
Nel secolo scorso, quando avevo con loro consuetudini di frequentazione perché clienti-amici del caffè che mio padre aveva in via De Rossi, conoscevo anche le loro difficoltà nel metter su bottega. I calzolai, ad esempio, con i loro panchetti e le poche attrezzature per riparar calzature, erano di solito ricavati in piccoli portoni. Concordavano con i proprietari l’affitto di una piccola parte di un portone, creavano il loro piccolo locale e, in quell’angusto luogo, lavoravano e ricevevano clienti e discettavano su come salvare una vecchia scarpa. Nello stesso tempo facevano anche i loro bravi studi cabalistici, nella speranza d’indovinare, attraverso complicati studi personali sull’alternarsi delle possibilità, come indovinare un terno secco del Regio Gioco del Lotto. La gran vincita avrebbe risolto tutti i problemi economici.
Ricordo che i “ sottani”, cioè quei bassi che si affacciavano sulle strade ed erano composti di più stanze e anche da un giardino interno, avevano gli spazi per la bottega vera e propria e anche quelli per le loro modeste dimore. i disabili. I fitti di codesti locali erano naturalmente più alti, perciò si profilava la necessità, per altri piccoli artigiani, di affittare vani meno impegnativi. In quell’epoca c’erano, specialmente nei grandi portoni, anche attigui cortili formati da tante uniche stanze. Erano chiamati, questi siti, prepedagne e i tanti vani non avevano acqua, qualcuno concedeva l’elettricità. Talvolta, i servizi e qualche rubinetto dell’acqua, li vedevi all’improvviso spuntare in un lato dello spiazzo sui si affacciavano quei poveri bassi. Ricordo così che in un prepedagne di via De Rossi misero la loro attività un cestaio, cieco, gran fabbricante di bei cesti di vimini, e un altro calzolaio di Gravina in Puglia, claudicante ma accorto riparatore di scarpe, scarpette, scarponi; e addirittura un cocchiere che riuscì a piazzare la sua piccola carrozza ma il cavallo lo sistemò lontana periferia. Si, un tempo eravamo fatti proprio così.
Nella Russia del tempo passato era molto diffusa la devozione per San Nicola, e ancora oggi sono molte le fasce di devoti. Nel secolo XIX a Mosca si contavano diciotto chiese dedicate al Santo e ciascuna aveva un nome diverso, corrispondente alle virtù taumaturgiche più note del vescovo mirese. Ecco così il tempio dedicato a San Nicola protettore dei marinai, quello eretto per San Nicola protettore degli studenti; e appariva anche San Nicola salvatore dei fanciulli, e così via.
La più famosa era Nikola Moiasky: di fronte alla sua icona pregarono i potenti, e sanguinari, zar di tutte le Russie, da Ivan il Terribile a Nicola II, l’ultimo “ piccolo padre” travolto, assieme all’impero e a tutti suoi stretti familiari, dai drammatici giorni della Rivoluzione d’Ottobre. Quest’ultimo aveva una grande devozione per San Nicola. Nella Basilica barese esiste un registro di illustri visitatori con la sua firma. Correva l’anno 1895 e Nicola Romanoff era ancora Zarevich, cioè principe ereditario, e venne in pellegrinaggio alla tomba del santo portando un ricco regalo. Poi nel 1917 la rivoluzione bolscevica. Nell’archivio nicolaiano abbiamo trovato un giornale dell’epoca: descrive il palazzo della Duma , il parlamento russo, nel quale fu letto l’atto di abdicazione di Nicola II di fronte alle masse insorte contro la secolare tirannia degli zar.
Ci sono, in quel giornale, particolari interessanti. Ecco così l’imperatore alle prese con quel sontuoso, magnifico palazzo: “…Nicola II, che subiva momenti di acuto ascetismo, fece spogliare l’edificio d’ogni sfarzo; poi, quando le pareti furono bianche, lo regalò alle rappresentanze popolari. La Duma vi s’insediò, ma tuttavia lo Zar continuò ad occuparsene come s’egli ne fosse ancora il proprietario. A poco a poco l’edificio s’affollò d’immagini di santi. Sessantotto ne furono disseminate sulle pareti . Alcune, con le aureole larghe come macine da mulino, occupavano tutta una parete sola. Cominciò con l’effigie della Madonna. Ne fece dipingere venti. Con disegno uguale, ma in differente grandezza. Poi ordinò venti grandi figure di san Nicola Taumaturgo”. Lo stesso giornale racconta come fu conosciuto l’atto di abdicazione di Nicola II, in quel Palazzo che volle privare del suo fasto e nel quale disseminò le immagini nicolaiane. Scrive il giornale:”…Gutskoff, rappresentante del governo provvisorio, e Sciulghin, membro del Comitato esecutivo della Duma, giunsero alla casa della Duma e la trovarono affollata di popolo e di soldati. Gutskoff comunicò con voce fioca, nella sala di San Nicola, l’atto dell’abdicazione. Non sapeva più parlare. Le sue energie fisiche erano affrante. Il suo viso, sparuto, non era dissimile da quello dei prigionieri liberati dal carcere dei santi Pietro e Paolo:la rivoluzione aveva compiuto la sua parabola. I radunati là entro cantavano, si abbracciavano”.
Era finito l’impero di uno zar che si chiamava Nicola: aveva fatto appendere nella Duma venti grandi figure del vescovo di Myra, la sua abdicazione fu letta in una sala dedicata a san Nicola, a Bari volle la costruzione di un ospizio per pellegrini russi che ancora oggi propone un tocco orientale in una classica città meridionale.
In questi ultimi tempi la Chiesa ortodossa l’ha proclamato santo.
I russi avevano molto leggende su san Nicola ma anche la devozione nicolaiana era- ed è- molto diffusa in quelle terre. I mendicanti , quando tendevano la mano al loro prossimo nella speranza di avere un rublo, o semplicemente una parola di conforto, lo facevano :” In nome di Dio e di San Nicola”. Nel medioevo, le sentile che, vigili, erano appostate sugli spalti delle mura cittadine e dei poderosi castelli , si chiamavano fra loro con una serie di invocazioni che terminavano con una frase che echeggiava, solenne, nelle notti silenziose e pur gravide di pericoli: “ San Nicola Taumaturgo, prega per noi”. Se ad un russo poi in procinto di affrontare un viaggio , si fosse domandato quanto tempo sarebbe stato lontano , la risposta era questa: “ Quanto piacerà a Nikolaj”. I soldati portavano sul petto una targhetta di rame con l’immagine del Taumaturgo per essere difesi dalle ferite mortali. Naturalmente anche in Russia era il protettore del mare e una leggenda vuole che sia giunto anche ad Archangel da Bari sopra una grande pietra da molino. Fra l’altro la festa di san Nicola aveva le stesse date, salvo gli sbalzi del calendario russo, era celebrata il 6 dicembre e il 9 maggio: a dicembre giorno della morte del Santo, e festa liturgica anche per la chiesa ortodossa; e il 9 maggio in ricorrenza dell’arrivo delle ossa Bari. L’avvenimento della traslazione era considerato come un grande fatto religioso, laddove i greci lo consideravano un autentico furto.
Quell’evento veniva celebrato in tutte le chiese ortodosse con una bellissima preghiera che così diceva: “ E’ giunto il giorno della luce: la città di Bari si rallegra, con lei l’universo intero gioisce con inni e canti spirituali.E’ la sacra solennità del trasporto delle gloriose reliquie, operanti guarigioni, dl Vescovo e Taumaturgo Nicola” La grande gioia russa si giustificava con il fatto che il gesto barese aveva sottratto le sacre reliquie ai musulmani che si stavano impadronendo di Myra e che certo non erano interessati, diversamente dal mondo cristiano, alla loro conservazione. Le ricorrenze del 9 maggio e del 6 dicembre avevano un’appendice estiva: la “ nikolscina”, un rito mutuato dalla civiltà contadina che rinnovava l’antica celebrazione dell’amicizia. Un proverbio così cantava: “… per la nikolscina invita amici e nemici: tutti diventano amici”. L’incontro solitamente si concludeva con l’uccisione di un grasso bue le cui carni, arrostite su legna di querce, venivano allegramente divorate da amici e da nemici; e anche dai mendicanti , sempre in onore e nel nome di san Nicola benedetto.
Molte diffuse erano le immagini nicolaiane: esse erano invero modeste nelle isbe dei poveri, ma,nelle case borghesi, facevano bella mostra di sé per lo smalto ei fregi. I più ricchi invece possedevano icone tempestate di gioielli preziosi. C’erano al riguardo numerose fabbriche di icone che lanciavano sul mercato migliaia e migliaia di manufatti. Il lavoro era opportunamente programmato nel senso che, all’interno di queste piccole officine, prestavano servizio operai addetti soltanto a tagliare e a intonacare le icone; altri provvedevano a dipingere i visi e tute le rimanenti parti delle immagini. Le fabbriche sorgevano a Mosca, a Pietroburgo e a Kiev e l’impostazione del disegno era primitiva e rudimentale, a somiglianza delle prime immagini sacre introdotte in Russia dal mondo bizantino, allorché una principessa di Bisanzio andò sposa ad un potente zar e incominciò l’affermazione della religione cristiana. San Nicola solitamente era raffigurato con un piviale dai rilievi in oro e in argento e talvolta anche con l’incastro di autentiche perle orientali, naturalmente per la gente che disponeva di molti rubli.
Da tempo immemore i russi hanno fatto di san Nicola un loro Santo privilegiato anche perché il Vescovo di Myra, attraverso i miracoli e le leggende di cui si favellava nelle isbe, nei villaggi, nelle grandi città, colpiva fede e immaginazione. Ed era così forte la fiducia in lui che le anime semplici lo ponevano al di sopra degli stessi patriarchi, dei profeti, degli Apostoli, dei martiri, di tutti gli altri santi. Nelle chiese l’icona nicolaiana era collocata in un posto d’onore. Quello accanto alle immagini di Cristo e della Santa Vergine. I fedeli, specialmente nelle festività solenni, accendevano numerose candele; e, nelle giornate di neve e quando scendeva la sera, l’immagine benedicente appariva sempre illuminata dal lieve tremolare delle piccole fiammelle. Nella liturgia ortodossa il giovedì era dedicato al Vescovo di Myra – a Bari è il mercoledì il giorno dedicato al Santo. In tutte le chiese in quel giorno si leggevano episodi e momenti particolari della sua vita. Un’icona troneggiava anche nella corte dello zar e la consuetudine voleva che, ai suoi piedi, fossero deposte grandi ceste di pane e di frutta da distribuire poi ai sacerdoti poveri e ai mendicanti.
Ancora oggi le mogli dei pescatori del mar Caspio e del mar Nero si tramandano le dolci nenie, dedicate al Protettore dei marinai. San Nicola era anche protettore dei campi e la sua immagine piaceva agli antichi mugic perché proteggeva dai lupi anzi era convinzione che, nel giorno della sua festa, tutte le bestie feroci divenissero miti e amiche dell’uomo. C’è un racconto che i vecchi russi narravano, con grande scandalo dei popi e dei credenti, fedeli alla linea dogmatica della chiesa ortodossa. Secondo questo racconto, ad un contadino fu all’improvviso annunciata la morte di Dio. Nello steso tempo gli fu posta la domanda imbarazzante: come sarebbe andato avanti l’universo ora che non c’era più il suo divino creatore?. “ Non c’è da aver alcun timore”, rispose il buon mugik. “ C’è sempre il nostro san Nicola!”. La vasta popolarità di Nicola ha d’altra parte antiche radici nella Russia di tutti i tempi. Un’enciclopedia pubblicata nei tempi in cui la Russia era sovietica, la figura del nostro Santo veniva presentata come un incrocio tra una divinità pagana dell’Asia Minore e un tal Nicola dell’VIII secolo. Da alcune tribù finno-turche d’altronde egli fu per lungo tempo considerato l’unico Dio cristiano, anche se da alcune fasce di popolazioni della Siberia era adorato come il dio della…birra.
San Nicola era naturalmente ben presente nelle preghiere del popolo e venivano addirittura elevate preci collettive allorché la Grande Madre Russia correva grossi pericoli a causa dei suoi nemici esterni. Una preghiera di tal genere è ricordata nientedimeno che dal Voltaire nel suo libro “ Histoire de Charles XII, roi de Suède”. Correva l’anno 1700 e in quel tempo gli Svedesi sconfissero pesantemente le armate russe che lasciarono sul campo 18 mila morti. Quando la notizia giunse nella capitale fu tale e tanto lo spavento dei moscoviti che si diffuse una voce secondo la quale la vittoria nemica era dovuta a una possanza sovrumana e che gli Svedesi erano guidate dalle vittoriose forze del male. Quel convincimento divenne così generale che furono ordinate pubbliche preghiere a San Nicola, protettore di tutte le Russie. L’inizio della preghiera, che si elevava in tutte le chiese e anche nei più sperduti monasteri dell’immensa terra russa, suonava così: “ O Tu che sei nostro consolatore perpetuo in ogni nostra avversità, grande san Nicola, infinitamente potente, con quale peccato ti abbiamo offeso nei nostro sacrifici, nelle nostre genuflessioni e azioni di grazia, che tu ci hai così abbandonati?”
Grande è la devozione esistente in Russia per san Nicola, Patrono della città di Bari e le cui ossa sono custodite nella grandiosa Basilica in riva al mare.
Naturalmente anche in Russia è il protettore del mare e una leggenda vuole che Egli sia giunto anche ad Archangel da Bari sopra una grande pietra da molino. Fra l’altro la festa di san Nicola, salvo gli sbalzi del calendario russo, è celebrata anche in Russia il 6 dicembre e il 9 maggio: a dicembre giorno della morte del Santo, e festa liturgica anche per la chiesa ortodossa; e il 9 maggio in ricorrenza dell’arrivo delle ossa Bari. L’avvenimento della traslazione, cioè il momento in cui Baresi trafugarono le ossa di san Nicola da Myra per portarle a Bari, è considerato dai Russi come un grande fatto religioso, laddove i greci lo consideravano un autentico furto.
Quell’evento è celebrato in tutte le chiese ortodosse con una bellissima preghiera che così dice: “ E’ giunto il giorno della luce: la città di Bari si rallegra, con lei l’universo intero gioisce con inni e canti spirituali.E’ la sacra solennità del trasporto delle gloriose reliquie, operanti guarigioni, dl Vescovo e Taumaturgo Nicola” La grande gioia russa si giustificava con il fatto che il gesto barese aveva sottratto le sacre reliquie ai musulmani che si stavano impadronendo di Myra e che certo non erano interessati, diversamente dal mondo cristiano, alla loro conservazione. Le ricorrenze del 9 maggio e del 6 dicembre avevano un’appendice estiva: la “ nikolscina”, un rito mutuato dalla civiltà contadina che rinnovava l’antica celebrazione dell’amicizia. Un proverbio così cantava: “… per la nikolscina invita amici e nemici: tutti diventano amici”. L’incontro solitamente si concludeva con l’uccisione di un grasso bue le cui carni, arrostite su legna di querce, erano allegramente divorate da amici e da nemici; e anche dai mendicanti , sempre in onore e nel nome di san Nicola benedetto.
Grande devozione per San Nicola di Bari, l’aveva lo zar II l’ultimo “ piccolo padre” travolto, assieme all’impero e a tutti suoi stretti familiari, dai drammatici giorni della Rivoluzione d’Ottobre. Nella Basilica barese esiste un registro d’illustri visitatori con la sua firma. Correva l’anno 1895 e Nicola Romanoff era ancora Zarevich, cioè principe ereditario, e venne in pellegrinaggio alla tomba del santo portando un ricco regalo.
A Bari esiste una Chiesa ortodossa russa, fondata dallo zar nel 1913, e tuttora attiva e punto di riferimento dei grandi pellegrinaggi russi che, per tutto l’anno, arrivano a Bari. I russi devoti di san Nicola hanno così due riferimenti particolari. La grande Basilica barese che conserva le reliquie nicolaiane, e la loro chiesa ortodossa che si distingue con le sue belle cupole alla maniera moscovita. E con il suo pope venuto dalla Russia lontana.
C’era un sottufficiale delle Guardie Forestali, anche lui ex combattente, che diceva d’averlo predetto anni e anni prima che la grande Guerra si sarebbe vinta solo nel cuore dell’Europa, dove ci sono i cuori delle grandi e foreste. Le foreste erano per lui le sedi ideali per risolvere i grandi problemi dell’umanità, e lui modestamente faceva parte di quel Corpo. E la Marna, il fiume dove si svolse la battaglia finale, era nel grande cuore di una foresta. Ricordo poi che , nella sua divisa da guardia forestale sempre impeccabile,si lasciava andare a grandi racconti di guerra. “ Nelle foreste della Marna c’erano milioni di uomini coraggiosi, ma i più coraggiosi erano gli Inglesi, i Francesi e gli Americani “.
Poi allargava il discorso e finiva con il dire che gli Americani erano i più audaci: solo che avevano la cattiva abitudine di non risparmiare nessuno che capitasse sotto il loro tiro. Uccidevano senza pietà. I cavalieri più abili erano i Marocchini anche se, a rigor di termini,erano Francesi,facevano parte delle colonie francesi. E gli Italiani? Il forestale disse che in quell’anno 1918 erano morti sul fronte della Marna cinquemila italiani, erano sepolti a Bligny. Ma sulla Marna e sulle sue foreste c’era una gran confusione di eserciti in lotta. Molte volte nemici e alleati si confondevano e gli uni venivano presi per gli altri, e gli amici venivano uccisi come nemici, e viceversa. Una volta il narratore amico delle foreste disse che , nel bel mezzo di un combattimento fra fronti opposti, apparve un reparto tedesco. Marciava bell’e ordinato, come se andasse ad una sfilata militare per le vie di Berlino e non alla conquista di un terreno minato, pieno di anse e di alberi, difeso da profonde trincee, bombardato senza pietà. All’improvviso si vide un soldato americano che puntò la mitraglia contro il reparto. Un tedesco gli corse incontro gridando:”Cameraten, cameraten”. Ma fu aperto un fuoco micidiale e il primo a cadere fu quel germanico che voleva salutare un nemico. Queste storie sentivo raccontare negli anni Trenta dai miei vecchissimi amici, veterani veri e anche immaginari della Prima guerra mondiale.
Il vagone del marinaio-salumiere aveva ripreso il viaggio. Il nostro amico si trovò con alcuni limoni in tasca, altri che aveva potato nella garitta. Viaggiava ora circonfuso di odori di limoni e il convoglio aveva preso la direzione di Ostuni . Qui altra pausa, e altri movimenti vide il nostro personaggio. Dall’alto della garitta del suo vagone, dove era ben insediato ma anche in condizione di notare dall’alto quel che avveniva nella stazione, s’accorse che su un altro binario morto c’erano altri vagoni ai quali, ogni tanto, s’avvicinavano soldati con un fare sospetto.
Raggiungevano il carro a passo normale; poi rallentavano, piano si fermavano e si guardavano attorno per vedere se qualcuno li guardasse. Quando erano sicuri di non essere visti- ma non s’erano accorti che sulla garitta c’era il nostro marinaio che guardava- salivano guardinghi sul vagone per scendere con le mani e le braccia cariche di non si capiva che cosa. S’avvicinò allora anche il nostro marinaio che, per cautela, s’era mise il moschetto a tracolla, e salì anche lui, guardingo, sul vagone. Lo trovò pieno di centinaia di ceste. Le ceste contenevano fichi secchi, fichi secchi con le mandorle, fichi secchi con il cioccolato, fichi secchi con non so che altra leccornia. C’era da riempirsi le tasche, le giberne, la bustina, ma sentì il fischio del suo convoglio che partiva. S’affrettò a raggiungere il suo vagone, poche manciate di fichi nelle tasche, nel tascapane qualcosa in più, la bustina ne conteneva il massimo. C’era da fare un buon viaggio ora senza rancio e senza vino ma con i fichi secchi e gli acri limoni di vagoni sventrati in alcune stazioni italiane durante la Prima guerra mondiale. Gli amici reduci non parlavano però solo di queste piccole miserie. Spesso narravano quanto avevano sentito dire sulle grandi battaglie nelle altre nazioni in guerra. A dire il vero nelle manifestazioni ufficiali di quegli anni del contributo dei nostri alleati alla guerre in corso si parlava poco. Si metteva più l’accento sui fatti nazionali , gli Inglesi, i Francesi, gli Americani pare non esistessero, le vittorie e i grandi sacrifici bellici pareva fossero solo italiani. Si capì dopo che la politica del tempo voleva la vittoria solo da una parte per rivendicare le antiche richieste specialmente territoriali messe sul tappeto nelle grandi questioni internazionali.
Ma i veterani della guerra parlavano soprattutto sull’onda di quel che sentivano dire degli Alleati.
Negli anni Trenta, ragazzo tuttofare nel caffè di mio padre, ero tutto orecchi nell’ascoltare i discorsi dei clienti che trascorrevano intere giornate nel caffè. Negli anni Trenta, i più grandi conversatori erano quelli che avevano fatto la Prima guerra mondiale e l’evento li lasciava andare ai ricordi e ai fatti veramente vissuti, anche se la fantasia non mancava di dare il suo aiuto. C’era un salumiere, di fronte al caffè, i cui clienti si contavano sulle dita della mano, ragione per la quale se ne veniva al caffè e si piazzava in un posto dal quale potesse comodamene parlare e sorvegliare se, per caso, fosse capitata nel suo “ magazzino” una vecchietta che chiedesse “ mezza rete”, cioè mezzo chilo, di pane. La guerra l’aveva fatta a Taranto e aveva il compito di scortare i vagoni ferroviari che da Taranto raggiungevano varie zone militari. Stava per e ed ore in una specie di garitta che si levava sulla parte alta del vagone, dormendo e stando per lo più digiuno per i lunghi viaggi e i lontani posti di ristoro. In compenso godeva stazioni e paesaggi e montagne e mari lontani e spesso scene che potevano anche essere drammatiche. Viaggiò anche durante gli ultimi giorni di guerra e, proprio nel novembre 1918, scortò un vagone per Brindisi, come il solito digiuno, senza un goccio di vino, prima di partire da Taranto non aveva nemmeno consumato il rancio.
A Brindisi vide un folto gruppo di militari che gridavano, anch’essi senza rancio, senza vino, senz’acqua. Guerra, cibo e militari sono cose che difficilmente vanno d’accordo, diceva il salumiere. Dopo aver gridato, i soldati raggiunsero un vagone fermo sui binari morti e incominciarono ad assalirlo. Era naturalmente tutto sbarrato, ma tanto fecero con le mani, con pezzi di ferro trovati qua e là e con la forza della loro rabbia da riuscire ad aprirlo. Pensavano di trovare cibo, scatolette di carne, salami, prosciutti, c’erano invece solo armi, fucili, moschetti. Lasciarono subito il vagone, è vero che la guerra stava per finire ma era meglio non avere a che fare con quei terribili strumenti di guerra. Videro un altro vagone, e l’operazione dell’assalto fu ripetuta. Quando le paratie del vagone furono squarciate , scorsero tante belle casse dalle quali proveniva un profumo di campagne assolate, un odore che i militari conoscevano bene: odore di alberi di limone. I limoni sono acri, è un agrume che non si mangia a pezzi e a bocconi. Eppure, disse il salumiere, molti si saziarono con quel frutto acerbo, prendendo a piene mani dalle casse sulle quali si leggeva chiaramente Sicilia.
“Caro Vito , senz’altro ti ricorderai di me, sono Antonio Nardella… vorrei conoscere possibilmente la storia del mio cognome .grazie ciao a presto“
Il cognome Nardella nasce dalla base Nardo, cioè quando i nomi diventarono anche cognomi per stabilir l’indicazione familiare , coloro che si chiamavano Nardo, Nardino, Narduccio - in realtà i loro veri nomi erano Bernardo e Leonardo - ebbero l’onere e l’onore di trasformare i loro nomi. Nacquero così, nella nuova e più completa organizzazione societaria del XII e XIII secolo, Nardi, Nardelli,Nardiello, Nardella,Nardello, Nardin, Nardilli, Narducci, Nardone, Nardari. Un’auentica sinfonia partendo in sostanza dai diminutivi di Bernardo e Leonardo. La difusione di tali cognom fu massima nel Veneto e nella Lombardia ma fu presente anche nel Sud. Uno studioso tedesco venuto dalla Gemania per sessant’anni allo scopo di studiare i nostri cognom, trovò Nardella anche a Catanzaro,in Basilicata e in Campana. Fra i personaggi celebri diquesto casato vanno annoverati il filosofo Antonio Nardi (metà del 1600), il medico e naturalista Giovan Domenicom Nardi (1802-1871), lo storico Iacopo Nardi ( 1476-1563). Ci fu anche un musicista, nel 1793, Pietro Nardini.
Vuoi conoscere l’origine del tuo cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
Precisi riferimenti a Trovo non ne abbiamo…trovato. Abbiamo rintracciato, nelle analisi dei cognomi meridionali, Trovè a Calimera, a Carpignano, a Lecce, a Martano, a Martignano. Un’origine abbastanza giustificata è dal cognome francese Trouvè, non lontano poi da Trovè, che significa bambino trovato, trovatello, l’esposto, il fanciullo abbandonato, legittimato poi con il cognome Esposito. Abbiamo perciò l’impressione che Trovo sia l’aggiustamento del Trovato, una scrupolosa sistemazione per esorcizzare il passato. Il tutto naturalmente tenendo presente le storie, note e ignote, legate alla nascita dei cognomi. Fra l’altro una noma del codice civile italiano vieta d’imporre ai “ trovatelli” nomi e cognomi che possano farne sospettare l’origine. E’ fatto divieto di ricorrere a nomi di persone conosciute e quindi parroci, per il battesimo,e funzionari comunali per l’anagrafe.dovevano ricorrere a nomi di fantasia e anche un po’ curiosi, nella fretta di trovare un riferimento lontano dalla realtà. Nascevano così gli Accattati , comprati, Esposito, Trovato,,Di Dio, ragazzo di dio, e così via. Si tentava anche ingentilire il nome inventato: ecco perché pensiamo a un Trovo invece del molto chiaro Trovato. E’ un’ipotesi, comunque.
Un’occhiata agli elenchi telefonici, ci ha portato a trovare 844 nominativi fra Trovo e Trovò.
Vuoi conoscere l’origine del tuo cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
. Dalla radio del Nord, in mano alla Repubblica di Salò, trasmettavano le prestigiose orchestre di Barzizza e di Angelina. Bari doveva avere anche lei la sua orchestra, insomma anche la voce del giopverno d’Italia si doveva far sentire com musiche e canzoni e cantanti. Le guerre sono cose terribili, ma un tempo c’era anche lo spazio- fra un bombardamento e l’altro- di cantare a gola aperta. Per esorcizzare i pericoli che venivano dal cielo e dalla terra. Gioconda Fedeli canta canzonette allegre, molte sono com poste da uatori locali- musica e parole, si capisce- e il m° Vitale dirige, arrangia le composizioni e addirittura ne compone qualcuna. Fra le altre cose un inno alla libertà, parole di don Tommaso Fiore. La stagione di Radio bari si conclude ben presto e tutti i programmi radiofonici vengono tolti alle sedi periferiche e affidate ai poteri centrali della comunicazione. La voce di Gioconda fedeli non passò inosservata. La notò il m° Tito Petralia, il guru della musica leggera dell’Eiar, l’ente radiofonico di Stato diventato nel frattempo Rai. I concerti di Tito Petralia erano grandi avvenimenti artistici, in quei momenti di gran fulgore musicale-radiofonico. E la cantante barese viene ingaggiata dal m° Campese che trasmetteva, in collegamento nazionale, da radio Napoli. Passa poi a radiol roma,. Cantando a quei microfoni sino al 1947 e partecipando , con Rascel, .
Le donne di Bari Nei primi di marzo, il mese che fa presagire la vicina primavera, è ormai tradizione festeggiare le donne, quell’altra parte del cielo che fa la nostra felicità, spesso le nostre angustie, in realtà rappresenta tanta parte della nostra vita. Ad un vecchio cronista tocca anche il dovere ricordare quelle “ donne di Bari” che nella sua memoria hanno lasciato un ricordo, un’impressione, un riferimento in quella che è , nel passato e nel presente, la minuta vita cittadina. Gioconda Fedeli, cantante Gioconda Fedeli era, negli anni Quaranta, una simpaticaa ragazza che aveva una bella voce e cantava nel coro del “ Petruzzelli” nel corse delle stagioni liriche che s’inauguravano, festosamente, nel giorno di Natale. Lavorava nella bella ditta di Elettra Fontana, bei vestiti da donna, soprattutto sontuosi vestiti da sposa. L’arte l’aveva nel sangue. Nata in quel di Ortona a Mare da una madre soprano dalla voce maestosa, a quattro anni- complice la gran madre cantatrice - apparve in un teatro di Barletta. Per cantare, si capisce. Una canzoncina, piccole frasi sussurrate conm voce incerta ma già segno di una vocazione che si voleva, un giorno, realizzare nella sua pienezza. La grande occasione ariva nel ’43 quando a radio bari, in quel tempo “libera voce del governo d’Italia”, si dà vita ad un’orchestra di musica leggera affidata al M° Carlo Vitale, musicista di quel di Altamura.
Acuti ricercatori trovarono il cognome Minò anche a Brindisi e a San Vito dei Normanni, presenza salentina dunque. Ma l’origine è greca ,deriva da Minosse , il figlio di Zeus che nell’Odissea è , negli inferi, il giudice dei morti. Nella commedia dantesca appare ancora come giudice. Il cognome è molto diffuso in Grecia, in aderenza all’adozione dei nomi mitologici. Negli elenchi telefonici abbiamo trovato 9 utenti con il cognome Minò. Nell’utenza italiana 664 ma sospesi fra Minò, Mino e Di Mino. Ha ragione il signor Andrea Minò. Il suo non è un comunissimo cognome.
Vuoi conoscere l’origine del tuo cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
Fuoco infernale, papà nel racconto ci metteva tutto la sua verve narrativa. L’alba non era lontana, il fuoco man mano diminuiva. Poi il cessate ilfuoco, il silenzio dell’alba era anche punteggiato da qualche gallo lontano che già levava il suo canto. E con la luce la notizia. Avevano diretto il fuoco su una botte, Quella che era parsa una torretta di un potente mezzo avversario era solo una botte vuota che navigava accidentalmente sull’antico mare degli etruschi. La Prima guerra mondiale non fu naturalmente fatta solo di legname innocente vagante sui mari dell’antichità. C’erano ricordi di compagni caduti, visioni di bombardamenti, di massacri, di ritirate con migliaia di morti, vittorie che costavano lacrime e sangue. Su tutto questo però negli anni Trenta non si metteva troppo l’accento.
La guerra era un grande sogno di gloria, d’altra parte meglio vivere un giorno da leoni che cent’anni da pecora. Il libri contenevano tutti eroi positivi, le gesta belliche erano tutte alte, l’eroismo puro come l’acciaio. Potemmo leggere il romanzo “ All’ovest niente di nuovo” di Remarque , così drasticamente contro la guerra, solo nel corso della Seconda guerra mondiale,ma su gialle pagine dattiloscritte in francese. “ Addio alle armi”, di Ernest Hemingway lo leggemmo solo nel Secondo dopoguerra . Papà aveva portato dalla guerra tre soli oggetti: il berretto, quella pesante cassa che gli avevano dato al momento della partenza per il fronte, e che teneva sempre nella camera da letto; e lo zaino che relegò nel giardino di casa. In certi momenti in cui si lasciava andare anche alla tristezza delle cose, diceva che in quella cassa aveva raccolto, oltre ai suoi oggetti personali, foto, amuleti, lettere, piccoli oggetti, le piccole cose che aveva raccolto dai suoi commilitoni travolti dal dramma della guerra. Aveva, al ritorno dal fronte, consegnato tutto alle famiglie, ma quella cassa era stata sui fronti, nelle trincee, difficile da trasportare, ma sempre un pezzo sacro,una parte di se stessi che significava un punto fermo nella tregenda della vita. Aveva fatto anche un’altra servazione. Molti soldati erano stati chiamati alle armi con le date riportate sui loro documenti. In realtà molte famiglie denunciavano date diverse da quelle effettive delle nascite, un giovane ha sempre più possibilità con minore età sulle spalle. Mio padre però aveva riscontrato che molti suoi compagni erano morti perché avevano seguito le sorti di quelle false date. Se fossero stati richiamati secondo la data reale di nascita, si sarebbero salvati. Mio padre, da quel tempo, denunziò tutti i suoi figli nelle date effettive in cui era nati. Le guerre e i destini sono forse fatti misteriosi.
Vito Maurogiovanni
Negli anni Trenta, i ricordi della Prima guerra mondiale erano vivissimi. Ne parlavano ad ogni piè sospinto i giornali per rivendicare in base alla vittoria del 1918 le cose che non avevamo avuto nel grande momento della pace , e le altre terre, anzi il posto al sole – le nuove colonie- cui avevano, secondo la politica del tempo, diritto le nostre popolazioni. Tali argomenti erano però il pan forte di governo del tempo e, ma mano messi in gran risalto, costituironotutte quella serie di rivendicazioni e di attese che man mano ci avrebbero portato alla guerra d’Africa, alla guerra di Spagna e al Secondo conflitto mondiale.
I ricordi più vivi , e più veri, erano però quelli di coloro che avevano partecipato alle giornate lontane di guerra. Mammà ricordava, il giorno che aveva accompagnato mio padre alla stazione in divisa,il berretto tenuto fermo dal nero sottogola, il moschetto, una grossa cassa stretto fra le braccia, un pesante zaino sulle spalle e una coperta, strettamente messa a tracolla come un lungo salsicciotto.. La cosa che però impressionò mia madre fu la fascia azzurra che, prima di raggiungere la stazione, era stata stretta al braccio di mio padre. Non tutti sapevano del significato di quel segno. Mia madre sì, lo aveva saputo da un maresciallo nostro parente.
I soldati con la fascia azzurra dovevano raggiungere subito il fronte di battaglia. Quando il treno partì, fra il fischio e il bianco vapore della potente locomotiva , si levarono grandi pianti dai parenti che vedevano andare lontano i loro soldatini. Specialmente coloro che sapevano che erano destinati alla grande mattanza del Prima guerra mondiale.. Papà andò prima al fronte- lo raccontava nelle lunghe serate invernali degli anni Trenta- poi fu trasferito in una batteria costiera, quella di san Vincenzo, sulla soglia della Maremma toscana non priva di ricordi carducciani . I fantaccini facevano la guardia nei pressi di un’antica torre, trincea profonda, i militari ben nascosti nella buca, ben in vista la costa. Si temeva , da quelle parti, un attacco di mezzi marini austriaci. Il tempo passò tranquillo, il rancio era buono, ma una notte il giovane tenente che comandava la postazione dette l’allarme: “ Un sommergibile in vista. Fuoco, fuoco a tutto spiano, ma solo al mio primo comando”.
I fantaccini con i loro moschetti già pronti scrutarono con tutta l’attenzione possibile il pezzo di mare che lambiva la batteria. Prima niente,solo l’onda rumorosa, poi, gli occhi di lince dei soldati scorsero una torretta. Sì, una torretta di un sommergibile austriaco. Esplose allora il secco comando del tenentino: “Fuoco,”, i moschetti, le mitraglie aprirono la loro sinfonia dirigendo il tiro micidiale sull’ ambita preda .
Alla ricerca del cognome Tisbo, abbiamo consultato carte e libri e documenti ma abbiamo trovato solo una nota dello studioso tedesco Gerhard Rohlfs che per sessant’anni rovistò l’Italia meridionale alla ricerca del suo passato. Rohlfs identifica Tisbo fra i cognomi lucani e lo colloca a Ruvo del Monte. Non aggiunge altro. Da parte nostra abbiamo continuato ed abbiamo incontrato solo Tisbe , illudendoci che possa essere il riferimento alla sua ricerca.
Tisbe era una bellissima babilonese e, in astrologia, è stato dato lo stesso nome a un piccolo pianeta che vaga nel cielo. Ci auguriamo che il cognome Tisbo, com’è nella tradizione e nella storia dei nomi e dei cognomi, sia stato tratto da questi simpatici riferimenti.
Vuoi conoscere l’origine del tuo cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
Il cognome Martena fu rintracciato, nella ricerca dei cognomi meridionali, anche nel Salento, in particolare a Brindisi, Lecce, Leveranno, Monteroni, Porto Cesareo. Molto probabilmente la sua derivazione deriva da “marzo” o anche da “ martedì”. Soprannomi, e poi cognomi, facevano riferimento anche ai mesi dell’anno e a determinati giorni del calendario, nell’intento di attribuire riferimenti di particolarità stagionali e di giorni della settimana per definire anche tratti caratteriali. Dagli elenchi telefonici abbiamo riscontrato, in Italia, 146 utenti con il cognome Martena. Numerosi appaiono anche a Brindisi.
Vuoi conoscere l’origine del tuo cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
Dall’esame dei cognomi, troviamo Mezzi nel Salento, in particolare a Corigliano, Galatone, Leuca Sannicola, e senza dubbio è la parte originale del cognome. Gli studiosi tedeschi , nella ricerca dei cognomi salentini, rintracciarono Mezzina a Corigliano d’Otranto. Dall’elenco telefonico dei nostri giorni, non troviamo alcun riferimento mentre larghe fasce del cognome sono in Molfetta. Il suo significato letterale è “ donna di famiglia” anche se la “ mezzina” era una brocca di creta diventata poi anche brocca di rame. Che la donna di casa, di famiglia sia come una brocca di creta,o anche di rame? Gli elenchi telefonici italiani indicano 493 Mezzina di cui ben 257 in quel di Molfetta.
Vuoi conoscere l’origine del tuo cognome?? Lasciaci la tua richiesta nella sezione commenti qui sotto.
Non c’è più, nella nostra comunità, un altro bel personaggio, Lorenzo Gentile. Lorenzo era persona di molteplici interessi. Giovane era stato funzionario di un importante ente pubblico barese, ma s’interessava – con serietà e quell’amorevolezza di modi che sembravano già incarnarsi nel suo cognome sottolineato, quasi in contrasto, da un’alta e robusta persona- a fatti culturali di buona vena. Nato nel 1922, a vent’anni eccolo addirittura - correva l’anno di guerra 1942 - fra gli attori che al Piccinni rappresentavano “ Il dono del mattino” di Giovacchino Forzano, il drammaturgo che non esitò a scrivere – sotto dettatura? o con molta adesione alla retorica dei tempi? - retorici drammi addirittura con Benito Mussolini. Il nostre Gentile Lorenzo recitò poi nei lavori teatrali diGaetano Savelli, Domenico Triggiani, Benedetto Maggi e fu anche interprete di una parte del mio “ Caffè andiche” quando fu diretto, nel secolo scorso, da Vito Signorile. Fu notato da alcuni cineasti ed affrontò anche il set neifilm “ Del perduto amore”, 1998, regista Michele Placido, “ Hotel Dajti- Una storia al di làdel mare”, 2000, con la regia di Carmine Fornari e “ La casa delle donne”, 2003 per la regia di Mimmo Mongelli. In questi ultimi tempi aveva pubblicato, per i tipi della Levante editori di Bari, il “ Nuovo dizionario dei baresi” in collaborazione con Enrica Gentile. Il testo è un lungo viaggio nei vocaboli baresi raccolti nelle loro diverse versioni e arrichiti da fraseologie, proverbi, sinonimi, stornelli di gran felicità. Ricordo ancora le ricche osservazioni fatte attorno al sostantivo lune, luna, il misterioso astro d’argento che illumina le nostre notti. Così la luna se è” a penènde è lune crescènde”; se poi il satellite ha la “ gobbe a levànde, è luna cangiànde”! “ La luna settembrine sètte mise se trascine” e poi “ acquanne la lune jé chjène pure le cozze so chjene”. Ora la luna è a portata di mano di Lorenzo e chissà quante altre cose sta notando, annotando e chissà se pensadi scriverle sui quaderni del cielo.
Ah, c’ero anch’io, verso la fine degli anni Venti, quando nei cinema baresi dominava ancora il muto. Quelle pellicole color seppia nelle quali i personaggi gesticolavano e e amavano e morivano, ma al pubblica non giungeva nessuna eco delle parole che dicevano. Il cinema non parlava, allora. Un tempio di queste proiezioni era il teatro Garibaldi, diventato, nel 1929, Politeama barese, e, dieci anni dopo, Supercinema. Proprietario don Domenico Scannicchio, rottami in ferro, diventato ancora più ricco, durante la prima guerra mondiale, grazie alla requisizione del grandioso opificio dei tedeschi Lindemann. Si levava, quel cine-teatro, nella popolare via Ravanas, angolo via Bovio. Negli ultimi anni del Venti aveva brutte e scomode sedie di legno, due balconate ai fianchi della platea, una tribuna centrale dominata dalla cabina di proiezione e un pubblico – capienza 1400 spettatori- di sottoproletari che, passando dalle fasce contadine a quelle della periferia urbana, era ancora annidato nelle sacche della nuove povertà. Il Teatro e poi Politeama e poi Supercinema si riempiva così di ex pecorai in cerca di nuovi mestieri, ma anche di gommisti, di stagnari, di piccoli commercianti, di contadini, di ragazzini e dagli emergenti malavitosi. Per i biglietti d’ingresso una specie di foro che s’apriva sulla via Ravanas e dal quale si affacciava il viso incavolato del bigliettaio. Vidi nel politeama barese gran parte dei film di Emilio Ghione, il regista e interprete torinese del cinema muto. Ghione, già calzolaio, veniva dal teatro dialettale e amava interpretare, e dirigere, vicende fatte di teppisti, e malfattori e donne eleganti della periferia torinese.Attrice preferita Francesca Bestini che amava rappresentare, fra i suoi personaggi, le donne maledette, quelle della malavita. Andava d’accordo poi con Ghigne, partner dal viso scavato, la figura elegante e scheletrica in linea con i branchi di teppisti e di eleganti malfattori che si muovevano sullo sfondo dei poetici paesaggi della periferia torinese.
Ah, c’ero anch’io, verso la fine degli anni Venti, quando nei cinema baresi dominava ancora il muto. Quelle pellicole color seppia nelle quali i personaggi gesticolavano e e amavano e morivano, ma al pubblica non giungeva nessuna eco delle parole che dicevano.Il cinema non parlava, allora. Un tempio di queste proiezioni era il teatro Garibaldi, diventato, nel 1929, Politeama barese, e, dieci anni dopo, Supercinema. Proprietario don Domenico Scannicchio, rottami in ferro, diventato ancora più ricco, durante la prima guerra mondiale, grazie alla requisizione del grandioso opificio dei tedeschi Lindemann. Si levava, quel cine-teatro, nella popolare via Ravanas, angolo via Bovio.
Negli ultimi anni del Venti aveva brutte e scomode sedie di legno, due balconate ai fianchi della platea, una tribuna centrale dominata dalla cabina di proiezione e un pubblico – capienza 1400 spettatori- di sottoproletari che, passando dalle fasce contadine a quelle della periferia urbana, era ancora annidato nelle sacche della nuove povertà. Il Teatro e poiPoliteama e poi Supercinema si riempiva così di ex pecorai in cerca di nuovi mestieri, ma anche di gommisti, di stagnari, di piccoli commercianti, di contadini, di ragazzini e dagli emergenti malavitosi. Per i biglietti d’ingresso una specie di foro che s’apriva sulla via Ravanas e dal quale si affacciava il viso incavolato del bigliettaio. Vidi nel politeama barese gran parte dei film di Emilio Ghione, il regista e interprete torinese del cinema muto. Ghione, già calzolaio, veniva dal teatro dialettale e amava interpretare, e dirigere, vicende fatte di teppisti, e malfattori e donne eleganti della periferia torinese.Attrice preferita Francesca Bestini che amava rappresentare, fra i suoi personaggi, le donne maledette, quelle della malavita. Andava d’accordo poi con Ghigne, partner dal viso scavato, la figura elegante e scheletrica in linea con i branchi di teppisti e di eleganti malfattori che si muovevano sullo sfondo dei poetici paesaggi della periferia torinese.
Dalle nostre ricerche viene fuori che la pianta dell’avena fu introdotta in Europa , dalla sua origine indiana, nel XVI secolo. E’ dopo tale data quindi che sono da ritenersi venute fuori le fasce, contadine e cittadine, che s’interessarono della pianta. Ecco così che ai suoi coltivatori, ai commercianti, ai negozianti molto facilmente viene attribuito il soprannome del prodotto . Appare probabile però che il cognome sia stato mutuato dal francese avenant, piacevole, avvenente: un termine poi affibbiato, con qualche variazione, a persone d’indubbio carattere amabile, avvenenti insomma. Scelga, dunque, la sua origine: quella dalla pianta; o l’amabile soprannome che certamente piace di più. Abbiamo dato una scorsa anche agli elenchi telefonici ed è venuto fuori che, in Italia, gli Avena con il telefono sono 617. A Potenza l’elenco ne annota 8.
Lopergolo in realtà appare a Matera, a Grottole ma anche a Taranto. Deriva da Pergola ( il cognome Pergola appare anche a Potenza) che è un toponimo di un comune delle Marche ma anche di una frazione di Marsiconuovo, in quel di Potenza.
Da notare che il termine pergola, dal latino pergola, ballatoio, è passato anche nella lingua albanese come pergole, nel greco moderno pergulon. La lingua francese mantiene l’origine latina pergola. Fra le varianti del cognome c’è anche De Pergola.
Francia, come vivevano, che succedeva a Parigi dove una mattina - solo, accompagnato da uno scultore e da un architetto, e da uno stuolo di fedelissimi - Hitler impose a Parigi la sua visita personale? Tutto l’immenso esercito era nascosto nei punti strategici, a sorvegliare quell’uomo solo che voleva conoscere, lui e lui soltanto, l’immensa metropoli, i suoi monumenti, i segreti delle grandi costruzioni. Avevamo intanto giornali che ci parlavano della situazione francese. Ce li portavano gli amici militari che erano stati dislocati in Francia. A Bordeaux, c’erano i sommergibilisti italiani e riuscivano farci avere dischi di canzoni cantate da Armstrong, in Italia non si potevano ascoltare. L’America fra l’altro non era ancora in guerra. Gli ebdomadari francesi portavano a tutta pagina le foto di Pétain, diventato il Capo della nuova Francia. E c’erano le fotografie delle truppe francesi che, negli ultimi giorni di guerra, apparivano demotivate, abbandonate, in pessime condizioni. In parte disertavano, in parte erano avviate ai campi di prigionia in Germania.
Anche Jean Paul Sartre, il futuro grande scrittore francese, era in servizio militare in quei giorni; e si trovò a vivere le condizioni del reparto in cui si trovava in forza. E’ addirittura internato in Germania, a Treviri, dove c’è addirittura un teatrino, si possono rappresentare due spettacoli al mese e alcuni compagni di prigionia lo invitano a scrivere un testo religioso, sul Natale. Qui la situazione è complessa: Sartre vive su sponde non certo religiose. Ma nella prigionia ci sono credenti e atei, preti e addirittura teologi di primo piano. Il momento drammatico, un lavoro che dia qualche segno di pace ai prigionieri francesi, invitano ad essere uomini di buona volontà. D’altra parte lui era convinto che Gesù era veramente nato nella sofferenza e la Vergine aveva umanamente partorito. Accolse allora l’invito pensando ad una rappresentazione teatrale che coinvolgesse con lo stesso interesse credenti e non credenti: la storia di una ritrovata speranza in una società più giusta e libera, motivata dall’incontro di Gesù Bambino. Anni e anni dopo affermò che quel testo non significava una sua diversa posizione in campo religioso. Ora il testo è stato pubblicato da alcuni studiosi dell’Università di Sassari, s’intitola: ” Bariona o il figlio del tuono Racconto di Natale per cristiani e non credenti”. Scrive uno dei principali commentatori dell’opera: “…un fatto è accaduto ed è accaduto una volta per sempre. L’esperienza fatta nella stesura e nella rappresentazione è sartrianamente contingente ed eterna nello stesso tempo. Per un istante, ma anche per sempre, Sartre è stato un mistico. Il suo ateismo è come un percorso tormentato in cui vi è stato un momento di singolare, estatico riposo”. Fra l’altro la parte principale, quella essenzialmente cristiana, fu recitata da lui stesso. La interpretò con partecipazione poi scappò a cantare con i suoi compagni di prigionia nel campo tedesco di Treviri le canzoni di Natale di sempre.
I soprannomi, poi diventati nelle lunghe vicende temporali della storia cognomi, erano ricavati anche dalle imperfezioni fisiche delle persone. In dialetto barese ciummo sta per gobba, deformazione della spalla. Probabilmente fu il sopranome di un gobbo che, nella tradizione popolare, portava anche fortuna. Molti toccavano la spalla del poveraccio, nella convinzione che quel contatto avrebbe cambiato le loro sorti. Abbiamo dato un’occhiata agli elenchi telefonici. Ne abbiamo trovato 55 in Italia.
Polisenso deriva da un nome greco di donna Polyxene e dall’aggettivo greco polyxenos, che significa molto ospitale. Sarà stato sicuramente un soprannome di persona molto garbata e socievole sì da meritarsi questo riferimentodiventato poi cognome. Gli studiosi tedeschi lo hanno rintracciato anche in Basilicata, a Montalbano Jonico.
Cose che costano, cosa che possano portare ai baratri economici. E quella finezza che voleva dare ai progettimi pareva provenisse dallo stile della consorte, Elsa,la figlia del colonnello. Vedete, le ragazze del paese non hanno la spavalderia delle cittadine, conservano sempre l’intensità della familiarità della provincia, la serietà del discorrere per non cadere nel provincialismo, la sobria eleganza per non essere più paesane, il distacco dalle invadenze metropolitane. Elsa curavaalcuni premi letterari di prestigio, quello dedicato a “ Cristina diSavoia” e l’altro che si fregiava del nome di Nino Palombo. L’autore di “Pane verde” doveva essere ricordato per i suoi romanzi che gettarono tanti sprazzi di luce sulla condizione meridionale del dopoguerra. La signora Elsa attendeva a questo suo compito- scegliere un vincitore fra tanti aspiranti scrittori, è un dramma- con vigile cura, preoccupata di mettere in luce quel che andava messo in luce, attenta ai pareri degli altri giurati perché dal pensiero corale nascesse l’opera che meritava di essere pubblicata. Veniva con il taxi alle riunioni, sempre sorridente, una parola gentile per tutti. Devo confessare che s’interesava ai miei articoli sulla “ Gazzetta”. L’anno scorso in questa rubrica scrissi che il racconto più bello su Rocco Scotellaro l’avevo scritto la madre, una vecchia contadina. Lo stesso Scotellaro, in un racconto, aveva parlato della “ capera”,la donna che pettinava i bei capelli della genitrice. :Mi permisi ricordare che anche mia madre, di fronte alla “ballerina”- la specchiera antica delle nostre case-, esprimeva una dolcissima femminilità. Mi ringraziò, Elsa, di quell’articolo, per l’attenzione verso le madri, privo della retorica che fa belle tutte le mamme del mondo; fuori dagli schemi non solo letteari sull’ossessione del ruolo materno. Disse che la commuoveva leggere, attraverso le parole dei figli, la casta femminilità intrisa di gioie e di dolori e di speranze delle madri di ogni tempo. Non ebbi più occasione di sentire Elsa. Era partita per il suo eterno viaggio per Itaca dove tutti sognano che la terra sia lieve, il vento mite, il mare bellissimo.
Ho letto in questi ultimi tempi, ma l’ho gustato a pezzi e a bocconi, quello che per me è uno dei più libri di quest’anno. Il titolo? “ I migliori anni della nostra vita” ( editore Feltrinelli), autore Ernesto Ferrero che fu prima addetto stampa, poi man mano salì i difficili scalini di più alti incarichi della casa editrice Einuadi. Dai suoi qualificati osservatori, Ferrero conobbe i grandi scrittori che ,con i romanzi e i saggi, illuminarono le nostre coscienze intorpidite degli eventi bellici , dalle miserie del dopoguerra; e dai dubbi e dalle speranze e della attese di una generazione che credeva nella lettura alta e portatrice di valori. Appaiono nel libro numerosi scrittori dell’Einaudi , e l’autore li ricorda con tratti che sanno di poesia eppur non mancano ombrosità., debolezze e soprattutto la grandeur di quello che fu l’editore Giulio Einaudi che dedicò alla sua casa “ i migliori anni della sua vita”.
Ed appaiono Natalia Ginzburg che, a guerra finita, si sentiva murata in una prigione di gelo e di tenebre, Italo Calvino che sogna l’ideale “ tra l’isolamento monastico e l’efficienza aziendal-produttiva “, l’esuberante Carlo Levi; ed ecco Cesare Pavese in perenne tormento ed Elio Vittorini per il quale il sentimento, l’emozione,lo slancio progettuale erano più importanti dello scrupolo filologico, gli scrittori scartati che inviano lettere disperate. C’è da affondare in mezzo a tanta umanità e ai tanti scrittori che riuscirono a fare anche una nuova generazione di lettori. Noi andavamo a sbirciare quei titoli - l’acquisto era un fatto complicato,ahi i tempi, ahi,l’eterna ristrettezza- dalla libreria di Laterza, da quella di Oreste Macrì prima in via Putignani e poi in Corso Cavour. Andavo anche alla libreria Palladino, in via Roberto da Bari, a due passi dall’Università. Era uno stanzone immenso, sempre scuro, ridondante di libri. Quando c’era il sole che dardeggiava sulle strade bollenti,ci rifugiavamo nell’accogliente penombra.
Se c’era mal tempo, sembrava che l’oscurità della libreria ci proteggesse dall’imperversare del temporale. Il proprietario era il colonnello Palladino, nazionalista credo per convinzione, aveva combattuto in Spagna. Era di Grumo Appula e aveva la particolare amabilità di coloro che, venendo dai paesi della provincia, hanno per i nativi del capoluogo. Finalmente erano cittadini anche loro, non più provinciali, costretti come erano talvolta a stabilire rapporti di comparatico per avere un punto fermo e amicale con la città. Conobbi una figlia del colonnello, Elsa, una donna di grande finez