“INCONTRI D’ARTE”

gennaio 31, 2010 di vitomaurogiovanni

Venerdì 5 Febbraio 2010 alle ore 18.00 presso la Sala Cosigliare della Provincia di Bari, l’ Associazione Culturale Altair aprirà la sezione “Incontri d’Arte” con l’incontro commemorativo DEDICATO A VITO MAUROGIOVANNI per conoscere e far conoscere meglio l’uomo, la sua profonda umanità. la sua intensa e poliedrica attività di scrittore.
Vito Maurogiovanni ha fatto dono alla sua città, alla sua gente e ai suoi lettori di pagine memorabili, in dialetto e in lingua, in cui la nostra storia , le tradizioni e la baresità, non sono mai disgiunte da quei sentimenti e valori universali che rappresentano il segno caratteristico della sua scrittura.

incontri d'arte

Invito serata Dedicato a Vito Maurogiovanni

Intitolazione di “Largo Vito Maurogiovanni” – domenica 20 dicembre 2009 ore 10,30 in via Venezia, Bari

dicembre 13, 2009 di vitomaurogiovanni

Domenica 20 dicembre 2009, alle ore 10,30 in via Venezia, tratto sovrastante l’arco che immette alla Basilica di San Nicola, alla presenza di S.E. Monsignor Francesco Cacucci, Arcivescovo di Bari-Bitonto, si terrà la cerimonia di inaugurazione di Largo Vito Maurogiovanni.
Seguirà la Santa Messa, alle ore 12,00, presso la Basilica di San Nicola, celebrata da Padre Damiano Bova.

Presentazione del libro “L’impalpabile senso del Mistero”

ottobre 11, 2009 di vitomaurogiovanni

Venerdì 23 ottobre 2009, nella Sala Teatro dell’Istituto margherita (c.so Benedetto Croce nr. 267, 70125 Bari) si terrà la presentazione del libro “L’impalpabile senso del mistero di Vito Maurogiovanni. I dettagli nell’invito allegato qui sotto. INGRESSO LIBERO.

Per qualsiasi informazione chiamare 080/5968822

Immagine

Un augurio per il rinato Petruzzelli restituito alla sua città

ottobre 4, 2009 di vitomaurogiovanni

Il 14 febbraio 1903 fu una grande giornata per la città di Bari: s’inaugurava il Politeama Petruzzelli. La platea si presentava a ferro di cavallo, con 440 posti numerati. 58 palchi contenevano il primo e secondo ordine, mentre 12 erano i palchi del terzo e quart’ordine. Seguiva un loggione scoperto con tre file di poltroncine ed una galleria- questa coperta. Su ,su la piccionaia, il luogo dei veri intenditori della lirica.

In quell’inizio di secolo, la città s’era ingrandita, la popolazione era aumentata e si sentiva l’esigenza di un grande teatro nel quale far vivere i fasti della nuova cultura popolare, rappresentata soprattutto dall’opera lirica. Erano fra l’altro vivissime  le idee risorgimentali e i teatri erano  portavoce del  grande movimento socio-politico-letterario che era il Risorgimento. Avveniva  anche che le piccole città tendevano a costruirsi il loro piccolo teatro, sull’onda degli entusiasmi risorgimentali e anche per attivare, con le nuove costruzioni, fonti di lavoro.

Il teatro di Bari fu voluto da Onofrio e Antonio Petruzzelli, due commercianti baresi nelle cui vene scorreva un po’ di sangue mitteleuro­peo per via di un avo,  triestino e proprietario di un veliero che faceva la  spola tra Bari e l’allora asburgica Tri­este.I due fratelli Petruzzelli , scapoli impenitenti, vendevano asciugamani, lenzuola, fazzoletti  e il loro fondaco vedeva avvicendarsi migliaia di clienti, so­prattutto provenienti dalle fasce inter­ne del Barese e anche dalla dirimpettaia sponda adriatica. L’immaginario popolare voleva che i due fratelli avessero un pozzo nel piccolo giardino del negozio e lì den­tro lanciassero le monete  guada­gnate nei lunghi giorni e mesi e anni di lavoro.

Un bel giorno quel tesoro sarebbe servito… E fu l’esistenza del tesoro, secondo la voce popolare,  e la concessione del suolo comunale, a farli deci­dere a costruire il nuovo, grande tea­tro.

Affidarono il progetto a un loro cognato. l’ ing. Angelo Messeni, e non esitarono a mandarlo in giro per i più bei teatri europei di quel tempo. Angelo Cicciomessere, com’era il suo vero cognome, se n’andò a Parigi, a Vienna per progettare  una sala grandiosa che raccogliesse pal­chi, poltrone e soffitto con assoluta unità, realizzando così grandi spazi continui e soprattutto una perfetta acustica.

Puntò poi ad una presenza pittorica fatta di colori decisi e di grandiose immagini plastiche. Il sipario così di Raffaele  Armenise, un pittore barese della scuola napole­tana di Domenico Morelli, volle rappresentare, con dogi, cavalieri, rosee fanciulle, vescovi ricchi di mitrie e pastorali e severi benedettini in sai neri, la liberazione di Bari da parte dei Saraceni avvenuta per opera dei po­tenti Veneziani nel lontano 1002.

Armenise disegnò  poi sulla volta, su una superficie di 563 metri, una corrida, i giochi olimpici, il carro dei tespi.  La soprastante cupola fu un  capolavoro d’ingegneria eseguita dall’Officina nazionale di Savigliano e ingentilita, nella sua massiccia mole, da aquile e scudi e dalle immagini di Omero, Eschilo, Plauto e Terenzio.

Il Teatro fu inaugurato la sera del 14 febbraio 1903 con la rappresentazione de «Gli Ugonotti» di Giacomo Meyerbeer, un melodramma di grandiosa  spettacolarità che fu replicato undici sere. Il cartellone comprendeva anche “Andrea Chénier” e “ Dea” melodrammi di due giovani musicisti  pugliesi, Umberto Giordano e Pasquale La Rotella, che facevano ben  sperare nelle loro doti di compositori. Tutte le città italiane speravano fra l’altro di poter avere, a loro gloria, un figlio come un Giuseppe Verdi.

Migliaia di baresi si riversarono nei pressi del teatro sin dalle prime ore del pomeriggio:  per vedere le carrozze piene di personalità, e di belle dame, che si recavano all’inaugurazione; e per  assistere al grande spettacolo dell’illuminazione elettrica del teatro. La città era ancora illuminata a gas, poche famiglie godevano del grande miracolo dell’era moderna: l’energia elettrica.

Un grande boato si levò dalla folla quando, nell’oscurità della sera invernale, all’improvviso la facciata floreale si riempì di una luce vivissima. Anche nella sala sfarzosamente  illuminata, si levò il consenso degli spettatori quando l’orchestra intonò la «Marcia reale».

Tutti si levarono in piedi e sulla  scena apparvero, circondati da bandiere e striscioni multicolori, Antonio e Onofrio Petruzzelli, accompagnati dal Sindaco della città che consegnò,  disse nel suo discorso, il teatro ai cittadini baresi.

Poi il maestro Zinetti alzò la bacchetta e si snodò l’opera “ Gli Ugonotti» che aveva a interpreti il tenore Carlo Cartica e i soprani  Carmen Bonaplata e Tina De Spada. Alla fine del primo atto i protagonisti  furono chiamati alla ribalta per dieci volte.

Il Petruzzelli cominciava la sua lunga stagione. Quando il sipario calò sul quarto atto, la folla si riversò per la strada e organizzò una  grande fiaccolata. Era la notte del 14 febbraio 1903.

Nella notte del 27 ottobre 1992 un  altro, immenso fuoco sarebbe stato  organizzato. Non fuori, ma dentro il  teatro. 

 

Il 28 luglio del 1943

luglio 28, 2009 di vitomaurogiovanni

Il 28 luglio del 1943

 Passavano intanto i giorni, i mesi. Giunse l’estate del 1943.
 Le scuole si chiusero a maggio: furono aboliti gli esami di Stato e tutti
furono promossi. Molti ragazzi, delle classi più anziane, erano già an
dati sotto le armi. Per me ci voleva ancora un anno, per la chiamata di leva.
Aumentavano le le restrizioni e i bombardamenti. La sera, la città sem
brava morta: pochi vi rimanevano; quelli che potevano si rifugiavano nel
le campagne e nei piccoli paesi. Si vedeva solo qualche caffè aperto,
con la pesante tenda blu sulla porta, per non far trapelare luce fuori.
 Poi la radio annunziò, il 25 luglio, che il cav. “Benito Mussolini, Capo
del Governo” s’era dimesso e, al suo posto,  il re aveva disegnato
il “Maresciallo d’Italia cav. Pietro Badoglio”.
Seguirono giorni d’attesa. Il quotidiano locale pubblicò un articolo in
cui si diceva che il duce s’era sacrificato per il bene supremo della Patria:
il suo era un esempio per tutti. Capivamo, però, che erano le solite cose,
gonfie di retprica e di luoghi comuni, che si ripetevano ancora. Certo, era
vamo ad una svolta…Fu proclamato il coprificuo: alle venti tutti gli ita
liani dovevano essere già nelle loro case.
 Noi ci fermavamo all’oratorio sino alle diciannove, al massimo alle di
ciannove e trenta: discutevamo in silenzio, partecipi di quell’atmosfera di
ansiosa attesa ch’era calata sul Paese.
 Fra noi c’era un giovane, di tre o quattro anni più anziano di noi, che si
distingueva per la sensibilità, il buon senso, la bonta d’animo: si chiamava
Gianni Squicciarini, e ci disse che, caduto Mussolini, erano venute meno le
ragioni per continuare la guerra. Eppure Badoglio, prendendo posseddo del
governo, aveva solennemente proclamato: “La guerra continua”.
 Poi venne il 28 luglio 1943. Alcuni ragazzi vennero verso le nove, a ca
sa: avevano saputo che ci sarebbe stata una grande dimostrazione. Noi do
vevamo partecipare; questa volta nessuno ce lo comandava, la cosa era
spontanea: dovevamo gridare la nostra fiducia nella libertà, nella fine del
la guerra, e soprattutto in favore del re, che pareva ora comandasse dav
vero lui; non c’era più il duce e i destini della Patria erano tornati nelle sal
de mani dei Savoia.
 Raggiungemmo il corteo che s’era formato vicino alla libreria Laterza
e, con meraviglia, vedemmo molti compagni di scuola. nelle prime file c’e
rano i ritratti del re e di Badoglio, issati su lunghe pertiche. Qualcuno di
stribuivanastrini tricolori, che mettevamo all’occhiello della giacca. La fol
la aumentava sempre più e, al grido di “Viva il re” e Viva Badoglio”, i ma
nifestanti s’avviarono verso il centro. Ogni volta che s’incontravano soldati
e ufficiali, questi venivano calorosamente salutati.
 Al corso vittorio Emanuele il corteo si fermò dinanzi alla sede del
gruppo rionale fascista “Riccardo Barbera”.
 Vedemmo entrare alcuni giovani nel portone; e poi, all’improvviso, ap
parvero al balcone del palazzo ed incominciarono a buttare sulla strada se
die, scrivanie, libri, giornali, circolari. Noi gridavamo ma la cosa ci face
va un curioso effetto: non avevamo fatto altro che discutere, in quegli an
ni, di “fascismo” e di “mistica fascista”, ed ora quei lanci inaspettati, quel
la furia inattesa…E poi eravamo abituati a quelle “altre manifestazioni”,
dove non c’era furore di contestazione. Ma vedevamo, franoi compagni
di scuola, nomi che conoscevamo come Graziano Fiore, il figlio del pro
fessore perseguitato, i fratelli Antonio e Francesco S., che appartenevano
ad una famiglia di grossi commercianti che operavano all’estramurale Ca
pruzzi. C’era anche un professore delle scuole elementari, selvaggi, un lu
cano burbero ma dal cuore d’oro che veniva spesso a trovare il nostro mae
stro e parlava a lungo con lui. Essi non potevano essere che sinceri e nel
gius, come ci sentivamo noi…
 Poi sul balcone apparve un uomo dalla barba nera, gli occhiali spessi,
il viso acceso che spiccava sul bianco dell’abito estivo. Ci dissero che era
il prof. Fabrizio C., appena uscito di galera.
 Era uno degli antifascisti di Bari.
 Noi non li conoscevamo: sì, avevamo sentito parlare contro il “regime”
nelle nostre case, ma uno che organizzasse effettivamente il movimento di
rivolta non lo avevamo mai visto.
 Il professore, intanto, voleva parlare: levò le mani in alto per coman
dare il silenzio, ci fecero segno di stare zitti anche altre persone che lo ave
vano raggiunto sul balcone. Il chiasso, però, era enorme ed il corteo si ri
buttò di nuovo su via Sparano, la via principale della città, dove i nego
zianti si affrettavano ad abbassare le saracinesche dei loro magazzini.
 E si diresse, deciso, verso la sede della federazione fascista.
 Qui fu fermato, fra il cinema Umberto ed una pasticceria, da una fila
di soldati, elmetti in testa, sottotegola neri, minacciosi moschetti con le
baionette inastate.
 La folla premeva e i solfati puntarono le armi: i dimostranti alzarono
di più i ritratti del re e di Badoglio e cantarono più forte: “Fratelli d’Ita
lia…” L’ufficiale che comandava la truppa incominciò a parlare con un
giovane bello, in maniche di camicia, che, ad un tratto, si scoprì il petto e
disse: “Fareste fuoco sugl’Italiani come voi?”
 Poi, non sono come successe, sentimmo sparare, i soldati avanzarono ter
ribili facendo fuoco, i canti tacquero, s’incominciò ad urlare; i primi ra
gazzi caddero ed io rimasi sotto due, tre persone ferite. Le schegge salta
vano, secche, i ragazzi piangevano, un sangue caldo mi incominciò a cola
re sul volto, sulla giacca.
 Nella ressa avevo perduto una scarpa e, sotto i feriti, cercai di ritro
varla: come avrei potuto tornare a casa scalzo? Ma il fuoco continuava sul
la gente che ora era già a terra, muta nella morte o dolente per le ferite.
 Vedevo la pubblicità del cinema Umberto, immagini di donne e di uo
mini felici, e pensavo ai miei, al professore delle elmentari: poi ci fu una
pausa del fuoco, tremenda. Mi alzai piano, scostando i giovani sopra di me
che si lamentavano. Vidi anche altri che si alzavano e scappavano. Feci lo
stesso, anche se avevo un dolore alla spalla e sentivo che ora mi avrebbero mi
avrebbero sparato alla schiena. Non successe niente: svoltai l’angolo e, se
guito da un altro ragazzo, fuggii. Si aprì la porta di un negozio, quello del
l’ing. Banfi, all’angolo di piazza Umberto, e un operaio ci tirò dentro.
 Eravamo tutti insanguinati, sentimmo pure espressioni di pietà; ci por
tarano nel gabinetto, ci lavarono. La spalla mi brcava sempre. Poi ci dis
sero di andarcene subito a casa, subito. Intanto era suonato l’allarme; noi
uscimmo, ma non volevamo lasciare il luogo e ci rifugiammo in un portone che
trovammo aperto, in via Crisanzio n. 6, dietro la grata dell’ascensore.
Ci sentivamo sicuri lì, come in casa, e l’oscrità del portone ricordava certe
penombre casalinghe durante i temporali. Incominciarono a passare, diretti al “pronto soccorso” dell’ Università,
carrozze e barelle e semplici traini a mano, che portavano i morti e i feriti della
dimostrazione. Vedemmo il professore C. su un trainetto, con le gambe penzoloni,
il bianco vestito estivo insanguinato e che invitava, calmo, i suoi portatori
ad andare piano.
 E vedemmo i morti: il prof. Selvaggi, Graziano Fiore bianco come un cencio, il
mio compagno di scuola De Girolamo.
 Guardavamo muti, accasciati, frementi: passarono nugoli di agenti in borghese
che portavano bandiere, ritratti di Badoglio e di Vittorio Emanuele, scarpe, giacche.
Suonò il cessato allarme. Il mio compagno si mise a singhiozzare. Passò, lenta, una
filovia: io ed il ragazzo ci guardammo  e ci abbracciammo, all’improvviso, piangendo
una pena antica.
 Poi lui prese la via della stazione, io salii sul filobus, togliendomi la giacca
insanguinata. Il tranviere mi guardò incuriosito; cercai di essere disinvolto, ma
piangevo e le lacrime mi scendevano sul volto, sulla camicia.
 Passando a poca distanza dalla federazione del fascio, scorgemmo i vigili del
fuoco che, con una potente pompa, cancellavano dalla strada le macchie di sangue.
 Sulla finestra principale, al primo piano, brillava la scritta: VIVA IL DUCE.
 

Vito Maurogiovanni, tratto da”La città e i giorni”, ed. Progedit .