Il viaggio nelle opere di Luigi Pirandello, e le esplorazioni nell’immenso carteggio con Marta Abba del quale Pietro Citati afferma che è il più singolare epistolario della nostra letteratura, porta spesso ad interessanti scoperte. Ecco così Pirandello in un rapporto letterario-teatrale con il nostro San Nicola. No, non si è interessato della vita e del leggende del nostro santo Patrono. Viene attirato invece da una chiesetta di San Nicola eretta dai frati Cistercensi nel Duecento, e da quel tempo in una piccola vallata a metà strada tra le rovine della valle dei Templi e la città di Agrigento. Il giorno della festa di San Nicola, il 6 dicembre, il romito luogo vede due avvenimenti particolari: la sagra della macellazione del maiale, avvenimento folcloristico diffuso in molti paesi della Sicilia ( ma anche in Francia, in Lorena, c’è un evento del genere), e il ringraziamento dei marinai che sono scampati, in virtù della protezione di San Nicola, dalla “mala morte” in mare. Nella mattinata sul piazzale antistante la chiesa, fra le bancarelle che espongono carne di maiale e altri insaccati per una “abbuffata” collettiva, arriva la processione dei marinai miracolati, scalzi e accompagnati da tamburini. Sul petto una tabella votiva, un “ ex voto” insomma , sulla quale è dipinto un mare in burrasca e una barchetta col suo nome ben visibile. La festa a questo punto è nella pienezza di una quasi disumana avidità, i partecipanti tutti intenti a divorare carni per colmare una fame antica ma soprattutto per sentirsi sazi e pieni, sicuri di se stessi e vigorosi padroni del mondo. Ma si levano nella tregenda i suoni della campane e appare il Signore della nave che è il Crocifisso custodito nella chiesa normanna di San Nicola, e il salvatore dei marinai dall’ira del mare e del vento. E’ un Cristo martoriato nelle carni, trovato un giorno su una nave levantina ed è il momento sacro di quei rozzi marinai che al suo apparire piangono la loro disperazione di non potersi liberare dai peccati umani e di essere schiavi della non conoscenza della loro possibilità di salvezza. Questo, grosso modo, l ’assunto della novella ,” La sagra del Signore della nave”,cui Luigi Pirandello mise mano nel 1916, affondandosi nei fatti con la fantasia e la crudezza della sua complessa interpretazione letterario- filosofica. Anni dopo, e cioè nel 1924, viveva un suo dramma personale. Aveva aderito al fascismo anche se non era convinto del potere gerarchico ma credeva nell’autoritarismo mussoliniano, idoneo- a suo parere- a poter governare il Paese. Ambiva però ad avere un grande riconoscimento per il suo teatro, del resto già affermato nel mondo, con la creazione di una apparato di Stato di cui fosse magna pars per dare più smalto alle sue opere ma anche all’organizzazione teatrale italiana. Erano i tempi fra l’altro in cui conobbe Marta Abba alla quale avrebbe dedicato l’ultima parte della sua esistenza per concederle un ruolo fondamentale , anche attraverso il suo teatro, nel mondo dello spettacolo. Ed erano anche i tempi in cui il favore mussoliniano sembrava spirasse in suo favore. S’affrettò perciò a ridurre per il teatro “La Sagra del Signore del mare“, la riempì di personaggi a tutto tondo anche ispirandosi ad elementi dialettali che erano stati i punti di riferimento del suo iniziale teatro. “La Sagra” fu rappresentata nel 1924 al teatro Odescalchi, alla prima volle assistere anche Benito Mussolini. Grande fu il successo dell’opera e anche della leggenda incentrata su una chiesa normanna di San Nicola sulla costa della Sicilia lontana.
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