Correva l’anno 1977, la voglia di teatro tanta e pochi i piccoli locali dove attori, autori, registi, scenografi potessero mettere in scena le interpretazioni, i testi, le idee scenografiche, l’eterna speranza di far un buon teatro. All’improvviso si levò un fil di fumo,lì, su quell’immensa prateria accanto al parco Due Giugno. C’erano due capannoni fatiscenti,sul punto di crollare; ma proprio lì poteva nascere un luogo di rappresentazione, un teatro nuovo, un luogo dove fare buoni spettacoli. Vito Signorile ,con tutto il suo caravanserraglio di attori, attrici, scenografi, scrittori, non aveva un nido dove poggiar la sua compagnia. Era stato in tanti locali, localini, localucci ma tutto, dopo poco , si scioglieva come nebbia al sole. All’improvviso quei capannoni, se non fossero stati abbattuti, avrebbero offerto una situazione nuova, un luogo teatrale appunto. Vito Signorile partì in quarta con i soci della cooperativa dell’Abeliano. Discorsi con il Comune per il piano regolatore ,accordi con i proprietari ( affittando i locali ai teatranti avrebbero salvato quella loro proprietà e reso un servizio alla città). Dio mio, il mio ricordo non raccoglie forse tutti i punti di riferimento della questione. Certo è che operai, registi, muratori, falegnami, attrici, autori, amici volontari si misero all’opera. Pian piano il capannone diventò il Teatro Abeliano, le sedie, anzi le poltrone, la sala, il lucernario, il foyer. E soprattutto il palcoscenico, con tutte le sue corde, le luci , gli scenari, il bel sipario, i grandi spazi. In un teatro il palcoscenico è il cuore che farà sussultare l’anima degli attori, dei registi, dei macchinisti, dei suggeritori, soprattutto degli spettatori. Cresceva ogni giorno di più, pietra su pietra, legno su legno,corda su corda. Avevo trovato un punto –una sedia scassata- in un angolo della sala, m’avvolgevo in essa come un osservatorio e sentivo le assi di legno scricchiolare sotto i passi di quanti lavoravano per creare quella grande base dove attori e ballerini e presentatori e musicisti avrebbero incarnato il rito teatrale. Ed era così solido e così proporzionato nelle sue linee che immaginavo grandi rappresentazioni che portassero l’eco e il gesticolare, quasi le movenze e lo snodarsi di una grande opera. Vedevo lassù la Parigi periferica de “ La bohème” , con i poeti ricchi d’idee e poveri di quattrini e i filosofi e gli avari e le belle ragazze che morivano fra rose, boulevard e l’eterno sogno di poesia. Ricordo che quando scoppiavano i temporali il rumoreggiare della pioggia che s’abbatteva sul lucernario era anche musica per quel teatro che sorgeva. E sorse e per oltre trent’anni s’è imposto , fra alti e bassi ma con vigile attenzione ai problemi culturali in una città povera di luoghi spettacolari. Ora però le cose si sono complicate, mancati accordi fra l’Abeliano e i proprietari, interessate proposte di altri imprenditori, diatribe varie e sui trent’anni e passa di sacrifici, d’amore, di passione degli Abeliani sembra stia per cadere il sipario. Eppure, in quel teatro si sono rappresentati centinaia di lavori nazionali , senza mai perdere di vista quel che offriva anche il natio borgo non proprio selvaggio. La cultura della città aveva trovato nell’ Abeliano la sua espressione. Non potrò mai dimenticare il giorno, anzi il pomeriggio in cui salii anch’io su quel palcoscenico che avevo visto nascer pietra su pietra, pezzo di legno su pezzo di legno e sul quale immaginai apparire attori e mimi e oratori e Parigi e il prof. Vito Carofiglio e Mimì e Rodolfo e don Luigi Pirandello e la soave Marta Abba. Avevo per le mani un dramma dialettale ricavato da antiche laudi pugliesi nelle quali la Madonna piangeva in dialetto barese e Cristo moriva sulla croce mormorando grandi parole dialettali. E c’erano racconti contadini con San Giuseppe povero e pensieroso della giovane moglie che deve dare alla luce un Figlio ma nel deserto, nell’abbandono,nel silenzio della Murgia, fra pastori e contadini che già si preparavano all’eterna emigrazione.. Ora su quel nuovo palcoscenico di legno nuovo, dovevo far capire tutte quelle cose. Salii, tremante, quelle scaletta che porta al proscenio. Eravamo in pieno inverno del 1979, in cuor mio pregavo non ci fosse pioggia: il rumoreggiare sul lucernario avrebbe distrutta la mia voce che leggeva a tutta la compagnia quel testo insolito. Lo recitai con il cuore in gola, di fronte ad una marea d’attori, le attrici distanti e un po’ indisponenti , incuriosite solo se c’era una parte anche per loro. Vito Signorile appoggiato, giudice severo, ad un leggio per capire se fra Cristi e Madonne e Apostoli e vento e Murgia e neve ci fosse veramente un lavoro teatrale. La lettura durò un paio d’ore. Senza una pausa,la gola asciutta, lo sgomento nel cuore, le cose dette e pensate e studiate suonavano banali. E gli attori che guardavo e ascoltavano e ammiccavano e sorridevano. Il lavoro andò in scena nel dicembre 1979, Pippo Alto immaginò una scenografia di legno su quel palcoscenico di legno che diventò la Murgia. Ci furono un centinaio di repliche, la Rai trasmise il lavoro sulla terza rete televisiva, un teatro romano rappresentò il lavoro, si svolsero seminari sulla dignità letteraria dei testi dialettali. Scusate se ho parlato anche di me. Il sipario di ferro che sta per calare sull’Abeliano impone di narrare eventi che hanno contribuito alla formazione non solo teatrale della città. L’augurio è ora che ci siano responsabili che ascoltino le ragioni di tutti e non consentano l’addio alla trentennale attività dell’Abeliano, nata sulle macerie di due vecchi capannoni da sei lustri punto d’incontro di grande interesse intellettuale.
Vito Maurogiovanni
Nella foto, il direttore artistico del Teatro Abeliano, Vito Signorile
