Archivio per 11 Aprile 2008

Un vecchio cinema barese: il Supercinema, II parte

Aprile 11, 2008

Ah, c’ero anch’io, verso la fine degli anni Venti, quando nei cinema baresi dominava ancora il muto. Quelle pellicole color seppia nelle quali i personaggi gesticolavano e e amavano e morivano, ma al pubblica non giungeva nessuna eco delle parole che dicevano. Il cinema non parlava, allora. Un tempio di queste proiezioni era il teatro Garibaldi, diventato, nel 1929, Politeama barese, e, dieci anni dopo, Supercinema. Proprietario don Domenico Scannicchio, rottami in ferro, diventato ancora più ricco, durante la prima guerra mondiale, grazie alla requisizione del grandioso opificio dei tedeschi Lindemann. Si levava, quel cine-teatro, nella popolare via Ravanas, angolo via Bovio. Negli ultimi anni del Venti aveva brutte e scomode sedie di legno, due balconate ai fianchi della platea, una tribuna centrale dominata dalla cabina di proiezione e un pubblico – capienza 1400 spettatori- di sottoproletari che, passando dalle fasce contadine a quelle della periferia urbana, era ancora annidato nelle sacche della nuove povertà. Il Teatro e poi Politeama e poi Supercinema si riempiva così di ex pecorai in cerca di nuovi mestieri, ma anche di gommisti, di stagnari, di piccoli commercianti, di contadini, di ragazzini e dagli emergenti malavitosi. Per i biglietti d’ingresso una specie di foro che s’apriva sulla via Ravanas e dal quale si affacciava il viso incavolato del bigliettaio. Vidi nel politeama barese gran parte dei film di Emilio Ghione, il regista e interprete torinese del cinema muto. Ghione, già calzolaio, veniva dal teatro dialettale e amava interpretare, e dirigere, vicende fatte di teppisti, e malfattori e donne eleganti della periferia torinese.Attrice preferita Francesca Bestini che amava rappresentare, fra i suoi personaggi, le donne maledette, quelle della malavita. Andava d’accordo poi con Ghigne, partner dal viso scavato, la figura elegante e scheletrica in linea con i branchi di teppisti e di eleganti malfattori che si muovevano sullo sfondo dei poetici paesaggi della periferia torinese.

Un vecchio cinema barese: il Supercinema, I parte

Aprile 11, 2008

Ah, c’ero anch’io, verso la fine degli anni Venti, quando nei cinema baresi dominava ancora il muto. Quelle pellicole color seppia nelle quali i personaggi gesticolavano e e amavano e morivano, ma al pubblica non giungeva nessuna eco delle parole che dicevano.Il cinema non parlava, allora. Un tempio di queste proiezioni era il teatro Garibaldi, diventato, nel 1929, Politeama barese, e, dieci anni dopo, Supercinema. Proprietario don Domenico Scannicchio, rottami in ferro, diventato ancora più ricco, durante la prima guerra mondiale, grazie alla requisizione del grandioso opificio dei tedeschi Lindemann. Si levava, quel cine-teatro, nella popolare via Ravanas, angolo via Bovio.
Negli ultimi anni del Venti aveva brutte e scomode sedie di legno, due balconate ai fianchi della platea, una tribuna centrale dominata dalla cabina di proiezione e un pubblico – capienza 1400 spettatori- di sottoproletari che, passando dalle fasce contadine a quelle della periferia urbana, era ancora annidato nelle sacche della nuove povertà. Il Teatro e poi  Politeama e poi Supercinema si riempiva così di ex pecorai in cerca di nuovi mestieri, ma anche di gommisti, di stagnari, di piccoli commercianti, di contadini, di ragazzini e dagli emergenti malavitosi. Per i biglietti d’ingresso una specie di foro che s’apriva sulla via Ravanas e dal quale si affacciava il viso incavolato del bigliettaio. Vidi nel politeama barese gran parte dei film di Emilio Ghione, il regista e interprete torinese del cinema muto. Ghione, già calzolaio, veniva dal teatro dialettale e amava interpretare, e dirigere, vicende fatte di teppisti, e malfattori e donne eleganti della periferia torinese.Attrice preferita Francesca Bestini che amava rappresentare, fra i suoi personaggi, le donne maledette, quelle della malavita. Andava d’accordo poi con Ghigne, partner dal viso scavato, la figura elegante e scheletrica in linea con i branchi di teppisti e di eleganti malfattori che si muovevano sullo sfondo dei poetici paesaggi della periferia torinese.

…CONTINUA…

I nostri cognomi: Avena

Aprile 11, 2008

Dalle nostre ricerche viene fuori che la pianta dell’avena fu introdotta in Europa , dalla sua origine indiana, nel XVI secolo. E’ dopo tale data quindi che sono da ritenersi venute fuori le fasce, contadine e cittadine, che s’interessarono della pianta. Ecco così che ai suoi coltivatori, ai commercianti, ai negozianti molto facilmente viene attribuito il soprannome del prodotto . Appare probabile però che il cognome sia stato mutuato dal francese avenant, piacevole, avvenente: un termine poi affibbiato, con qualche variazione, a persone d’indubbio carattere amabile, avvenenti insomma. Scelga, dunque, la sua origine: quella dalla pianta; o l’amabile soprannome che certamente piace di più. Abbiamo dato una scorsa anche agli elenchi telefonici ed è venuto fuori che, in Italia, gli Avena con il telefono sono 617. A Potenza l’elenco ne annota 8.

I nostri cognomi: Lopergolo

Aprile 11, 2008

Lopergolo in realtà appare a Matera, a Grottole ma anche a Taranto. Deriva da Pergola ( il cognome Pergola appare anche a Potenza) che è un toponimo di un comune delle Marche ma anche di una frazione di Marsiconuovo, in quel di Potenza.
Da notare che il termine pergola, dal latino pergola, ballatoio, è passato anche nella lingua albanese come pergole, nel greco moderno pergulon. La lingua francese mantiene l’origine latina pergola. Fra le varianti del cognome c’è anche De Pergola.