Vi dirò: gli artigiani hanno esercitato sempre un forte fascino su di me. E’ un fascino antico, risale alla mia giovinezza quand’ero un ragazzo di strada ed ero sempre in contatto con cestai, falegnami, calzolai, sarti, fabbro-ferrai, modiste la cui arte raffinata era soprattutto quella di preparare ricercati cappellini per signore e signorine sui quali penne di struzzi e di pavone e modelli pieni di grazia facevano il loro capolavoro d’arte. E soprattutto rimanevano per tutta la vita fedeli amiche delle signore che si servivano della loro opera.Accanto a loro guantai, barbieri, coloro che lavoravano il cuoio ed altri gran curatori dei finimenti dei cavalli nel tempo in cui le carrozze erano tanta parte del trasporto non solo urbano. Erano codesti lavoratori dei grandi creatori. Con le mani, e l’ingegno e la fantasia e con i pochi strumenti a loro disposizione forgiavano i prodotti che il mercato allora richiedeva. Certo, non navigavano nell’oro. In quei tempi non esistevano organizzazioni sindacali che li proteggessero nella loro attività, non godevano nemmeno di assistenza sanitaria e la pensione, giunti all’età della vecchiaia, era un sogno che si realizzò quando, con l’avvento dei governi democratici e la creazione delle organizzazioni sindacali, il Paese rivolse la sua attenzione a queste grandi fasce di benemeriti lavoratori.
In realtà, la gente li trattava con molto rispetto, attenta al loro lavoro, alla loro abilità e anche alla maniera con cui si facevano pagare. Gran rispetto per il mestiere, ma l’attenzione della gente a quel che costa un servizio è cosa antica. Succede…Però, gran rispetto per questi maestri tant’è che la gente li appellava con il titolo di “ meste”. E, per estensione, erano anche “ meste”, maestri, tutti coloro con i quali si avevano frequentazioni di contatti e sembrava disdicevole chiamarli per nome onde si appellavano con quel rispettoso titolo. Il quale era elargito, nel rispetto che un tempo si aveva anche per gli estranei, anche a coloro con cui si veniva casualmente in contatto con. Anche al signore al quale ci si rivolgeva solamente per chiedere che ora fosse. E di questo privilegio godeva anche la consorte del nostro eroe. Se il consorte era “ u meste”, ella era “ la meste”, e l’appellativo era un segno di rispetto, di attenzione, il riconoscimento della dignità della donna che collaborava, in amore e rispetto, al nobile mestiere del marito.
Nel secolo scorso, quando avevo con loro consuetudini di frequentazione perché clienti-amici del caffè che mio padre aveva in via De Rossi, conoscevo anche le loro difficoltà nel metter su bottega. I calzolai, ad esempio, con i loro panchetti e le poche attrezzature per riparar calzature, erano di solito ricavati in piccoli portoni. Concordavano con i proprietari l’affitto di una piccola parte di un portone, creavano il loro piccolo locale e, in quell’angusto luogo, lavoravano e ricevevano clienti e discettavano su come salvare una vecchia scarpa. Nello stesso tempo facevano anche i loro bravi studi cabalistici, nella speranza d’indovinare, attraverso complicati studi personali sull’alternarsi delle possibilità, come indovinare un terno secco del Regio Gioco del Lotto. La gran vincita avrebbe risolto tutti i problemi economici.
Ricordo che i “ sottani”, cioè quei bassi che si affacciavano sulle strade ed erano composti di più stanze e anche da un giardino interno, avevano gli spazi per la bottega vera e propria e anche quelli per le loro modeste dimore. i disabili. I fitti di codesti locali erano naturalmente più alti, perciò si profilava la necessità, per altri piccoli artigiani, di affittare vani meno impegnativi. In quell’epoca c’erano, specialmente nei grandi portoni, anche attigui cortili formati da tante uniche stanze. Erano chiamati, questi siti, prepedagne e i tanti vani non avevano acqua, qualcuno concedeva l’elettricità. Talvolta, i servizi e qualche rubinetto dell’acqua, li vedevi all’improvviso spuntare in un lato dello spiazzo sui si affacciavano quei poveri bassi. Ricordo così che in un prepedagne di via De Rossi misero la loro attività un cestaio, cieco, gran fabbricante di bei cesti di vimini, e un altro calzolaio di Gravina in Puglia, claudicante ma accorto riparatore di scarpe, scarpette, scarponi; e addirittura un cocchiere che riuscì a piazzare la sua piccola carrozza ma il cavallo lo sistemò lontana periferia. Si, un tempo eravamo fatti proprio così.