Nel cuore della città, c’è un calendario che segna le date che mancano all’apertura , anzi alla riapertura del Petruzzelli. Siamo convinti che segna le date esatte, il prossimo dicembre sarà grande festa per la città. Ma poi pensiamo al fuoco, al fuoco che lo distrusse e, spigolando fra libri e documenti e pensieri vari, non possiamo non dire che la storia dei teatri italiani è legata agli incendi. Abbiamo fatto allora un viaggio per teatri incendiati, da mano nota e ignota, dal caso, dalla tempesta, dalla malvagità umana. Volete un…ameno elenco di codesti disastri? Partiamo dal teatro San Benedetto di Venezia. Correva l’anno 1774, all’improvviso, in una notte pur serena, le fiamme divorarono il teatrino. Fu il legno che abbondava nella sua costruzione, fu un fulmine vagante per il cielo, anche se la notte era chiara, fu mano malvagia? Le cause non furono mai accertate, la memoria cittadina dimenticò l’evento ma, grazie a Dio, ci fu un poeta – abate per giunta- che lasciò versi risonanti ironia, pieni di humour e di grazia veneziana e un po’ di moralismo, che ci riportano all’avvenimento. C’è anche rabbia perché i veneziani si strappano le vesti per un teatro di poco conto- è di legno, ci vuole un mese per rifarlo- e non vedono che vanno in rovina chiese e chiostri. Il poeta si chiamava Angelo Maria Labia e i suoi i versi così suonano: ” Xe andà in aria el teatro San Beneto/ consumà da le fiame, el xe andà zo/ cussì a la presta che in un’ora, o do,/ l’è resta ischeletrio col muro schieto/. Chi pianze el cavedal mal impiegà,/ chi el so palco dipinto e chi el fornìo,/ chi le feste che piu’ non se farà./ Per un teatro sta desperazion,/ fato de legno e che va su in un mese /, e po’, senza mostrar pertubazion/ per la rovina de più chiostri e chiese,/ se vede in rischio Stato e religion/. Mi,perdio, no capisso sto paese./”
Già ,il Paese, lui non riusciva a capirlo. Ma passiamo ad un altro incendio, non lontano da Venezia: Treviso. Nella bella città affacciata sul ridente Sile, nel 1692 il conte Fiorino d’Onigo fondò un teatro al quale dette il suo nome, teatro d’0nigo. La sua storia registra ben 2 incendi: il primo nel 1836, causò la distruzione di gran parte delle strutture lignee e non si appurò mai chi o che cosa causò il fuoco distruggitore.
Il restauro non avvenne subito: ci vollero dieci anni per fare tornare il teatro a risplendere nella sua bellezza.
Nel 1868 un secondo grande incendio e questa volta si conoscono l’autore e anche l’attività di colui che fu causa del rogo.Il reo : il custode del teatro, tale Triarca, il quale confezionava fuochi pirotecnici e pensò bene di servirsi del palcoscenico come deposito dei suoi pericolosi giochi. In realtà faceva le cose con attenzione, ma un maledetto razzo sfuggì alla sua attenzione e , scoppiando fra il legname del palcoscenico , abiti di scena, scenografie facili a prender fuoco, provocò il grande disastro. Invano servizievoli cittadini si dettero ,con i secchi, a gettar acqua del Sile sulle fiamme che divampavano inesorabili. Malgrado l’immane fatica di spegnere con ”piccoli secchi” il grande fuoco alla fine si constatò la gravità del danno. Fu subito annunciato che erano rimasti in piedi solo i muri perimetrali. Bugia. Un giornalista de “ Il Rinnovamento” , un quotidiano di Venezia, rilevò così le reali rovine subite: “ Il palcoscenico è interamente scomparso , come è scomparso tutto il soffitto, mentre l’ossatura dei palchetti che era tutto in cotto , è tuttavia buona e utilizzabile. Si riuscì anzi a salvare molti mobili e parte dei palchetti stessi. L’atrio, le scale e le sale sono perfettamente intatti, fatta eccezione di un qualche annerimento nell’intonaco delle muraglie che era a scagliola, annerimenti di cui si è giovato uno dei soliti genii incompresi , per scrivervi su colle dita “ infame cittadina sventura “.
Il giornalista scende anche nel merito dei fatti assicurativi. Scrive infatti che “ il danno sarà di circa italiane lire 160.000- e non è assicurata che la somma di lire 87.000, colla Mutua Reale di Torino- la quale calcolati i rimasugli non pagherà, a mio credere, che lire 60.000 circa “
Tanto di cappello al giornalista veneziano –per la cronaca la sua nota è firmata solo U.- perché riferisce i fatti così com’erano. Bontà della stampa quando riferisce la realtà degli eventi, anche perché in questi incendi di teatri scopri che la verità sia davvero da ricercare con il lanternino.
Vito Maurogiovanni