Nel mese di dicembre prossimo- questa la grande speranza- il Petruzzelli sorgerà di bel nuovo , e meraviglioso, dalle ceneri del suo incendio. L’avvenimento ci ricorda ancora che la sorte di molti teatri italiana è stata legata alla triste realtà degli incendi. Da un incendio fu distrutto anche il glorioso Teatro alla Scala.
Il mattino del 25 febbraio 1776 Milano, allora sotto il dominio degli Asburgo, ebbe un brusco risveglio: il Regio Ducale Teatro, sorto nel 1598, era ormai un pugno di cenere. Incendio doloso? Sono passati alcuni secoli e, ancora oggi, la domanda non ha avuto risposta. Il doloroso evento mise in subbuglio la cittadinanza che in quel luogo aveva il suo grande punto d’incontro, il viceré, conte Firmian, e la stessa corte viennese nella quale imperava l’illuminata Maria Teresa.
In subbuglio erano i palchettisti, i proprietari di gran parte del teatro incendiato. La deci¬sione imperiale non si fece attendere: in pochi mesi fu adottato il provvedimento di ricostruzione che doveva essere effettuata a cura dei palchettisti-proprietari e comprendere la costruzione di ben due teatri: uno piccolo ed uno grande. Per quello grande fu scelta l’area di Santa Maria della Scala, nel cuore della città,a poca distanza dal Palazzo di Corte, l’attuale Prefettura.
Fu scelto poi l’architetto che doveva porre mano al nuovo progetto: l’umbro Giuseppe Piermarini, allievo di Luigi Vanvitelli, il grande costruttore della Reggia di Caserta. Con Vanvitelli il geniale umbro aveva studiato palazzi, chiese e musei meridionali dai quali trasse forte ispirazione per uno stile preciso e temperato negli slanci dell’immaginazione.
Nella capita¬le lombarda il Piermarini godeva la fiducia degli Asburgo, anche perché, accanto alle doti intellettuali, il nostro personaggio aveva dalla sua parte la nobiltà e per giunta si presentava con dignità ai potenti ed affabilità con gli umili. Quando l’imperatrice Maria Teresa diede il suo «augusto» consenso alla costruzione del nuovo teatro, Piermarini immaginò una linea architettonica che nella sala avesse la perfezione musicale e un’acustica che potenziasse la resa della musica demolendo la tesi, molto diffusa sul finire del Settecento, secondo la quale la perfezione acustica fosse solo l’esito d’un caso fortuito.
I tempi della ripresa teatrale milanese, dopo il misterioso incendio, sono davvero considerevoli: il teatro bruciò il 25 feb¬braio 1776, i lavori per il nuovo incominciarono il 3 agosto dello stesso anno.
Due anni dopo, il 3 agosto 1778, il teatro fu inaugurato benché la facciata fosse incompiuta. Eraun giorno afoso quel 3 agosto 1778, ma verso sera si levò un vento fresco che invitò i curiosi, gli strilloni, finanche gli «equipaggi» delle carrozze (per tutto il giorno avevano intasato, con i loro veicoli, le strette vie cittadine) a riempire il luogo dove l’opera del Piermarini si levava già solenne anche se la piazza oggi esistente, con la nobiltà degli attuali edifici, era di là da venire.
In cartellone, per la prima, c’era l’«Europa riconosciuta», libretto dell’abate romano padre Mattia Verazi .Il musicista era il grande Anto¬nio Salieri, che già da qualche anno era divenuto compositore di corte a Vienna (Maria Teresa lo inviò con grande piacere a Mila¬no per confermare il primato viennese) e maestro di Beethoven, di Liszt, di Meyerbeer, di Schubert. Una voce popolare l’avrebbe poi accusato di avere avvelenato il grande Mozart.
Nella sala facevano magnifico sfoggio ciambellani, gentiluomini e gentildonne nonché, solenni e impettiti, ufficiali «armati» dell’imperial regio esercito asburgico. Ma il pubblico prestò poca attenzione all’esecuzione e dell’opera perché –com’era costume del tempo- amava conversare, mangiare giocare nei palchi “ e fermare l’attenzione soltanto in qualche punto dell’opera, per ascoltare un cantante ammirato, ‘a maggior godimento e divertimento suo”».
Sembra, codesta cronaca sette¬centesca, il resoconto di un’attuale serata televisiva in famiglia dove si gioca e si conversa e, di tanto in tanto, si dà un’occhiata ai personaggi che suscitano qualche interesse sul piccolo schermo.
Vito Maurogiovanni
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