Archivio per Luglio 2008

Anche a Barcellona bruciò il teatro

Luglio 28, 2008

La vittoria calcistica della Spagna ha riaperto, nei giorni scorsi, il discorso sui “ primati” , nel presente e nel passato, del popolo iberico. Ne viene fuori naturalmente anche il “ Vicereame spagnolo “, il periodo durato un paio di secoli nel corso del quale noi fummo sudditi dei sovrani spagnoli. I quali ci regalarono , nella splendida cornice di Napoli, ora pomposi e operativi e sordidi viceré che c’imposero tasse, ma costruirono anche palazzi e strade e stabilirono come dovessimo gestire i teatri. Rieccoci così a parlare di teatri , come felice auspicio per la prossima inaugurazione del nostro bel Petruzzelli. Dunque, i viceré dei sovrani spagnoli e le loro novità made in Espãna. Vollero, codesti alti papaveri venuti dall’Iberia, che gli ospedali napoletani ricavassero i proventi delle loro gestioni attivando …teatri. Speriamo che i nostri attuali ministri della Sanità non abbiano a ricorrere alla stessa , antica spagnolesca trovata per sanare i loro bilanci. Narra Benedetto Croce- la prima opera giovanile del grande filosofo fu dedicata proprio ai teatri napoletani- narra, dunque, Croce che, quando a Napoli, nell’anno di grazia 1645, fu costruito il teatro san Bartolomeo, fu subito applicata l’innovazione spagnola. Costruire accanto al nosocomio, un bel teatro. “ …e poiché Gl’Incurabili possedevano alcune case-ci dice lo studioso di Pescasseroli- , altre ne crearono : e su queste e su quelle formarono un teatro abbastanza ampio”.Oltre al teatro misero su comode abitazioni per i commedianti e soprattutto i Viceré stabilirono che, oltre ad incassare i proventi delle rappresentazioni ,“ i comici non potessero rappresentare in altro luogo le loro opere senza pagare un tanto all’ospedale”. Assistenza sanitaria mantenuta, dunque, dalle farse e dai drammi, dallo spettacolo comunque . Ma i Viceré non si accontentarono di regolamentare i fatti teatrali. Vollero- è sempre Benedetto Croce il felice narratore di codesti fatti- portare a Napoli “le prime compagnie di commedianti spagnoli che trovavano in questa città una numerosa colonia di loro connazionali, e nella stessa società napoletana, particolarmente nell’aristocrazia, molti amatori, esperti della lingua e dei costumi di quel popolo”. Spagna ingegnosa, dunque, anche nel campo teatrale e naturalmente anche gli spagnoli, se un tempo ci portarono le belle novità teatrali, ebbero anche loro a subire le terribili conseguenze degli incendi . La storia dei nostri tempi registra così la distruzione del Gran Teatre del Liceu (Gran Teatro del Liceo), costruito nell’anno 1847 al centro de La Rambla di Barcellona. Il locale era uno dei simboli della città, le sue rappresentazioni facevano testo , compresi i grandi cicli dedicati alle opere di Richard Wagner. Pavarotti riscosse proprio in questo teatro i suoi primi successi stranieri. Nel 1994 un incendio, naturalmente misterioso, distrusse la sala e lo scenario e turbò profondamente le grandi fasce dei melomani e degli uomini di cultura.Il Teatro del Liceo aveva sempre rappresentato lo specchio e il simbolo della borghesia di Barcellona, ed era stato al centro dell’attenzione durante le rivolte sociali vissute dalla città (nel 1893 una bomba lanciata sulla platea durante lo spettacolo inaugurale della stagione causó una ventina di morti).All’incendio del 1994 scamparono la facciata centrale de la Rambla, il vestibolo principale ed il Salone degli Specchi, che é il primo foyer o sala di riposo.

La sala grande e lo scenario vennero totalmente distrutti e al momento della ricostruzione vennero introdotti cambi e miglioramenti. Sotto un guasto, come si dice popolarmente, un aggiusto… La capacità della sala grande é di 2.338 spettatori, illuminata con curiose lampade di ottone a forma di drago e tulipani di vetro. Le poltrone della platea sono di ferro battuto e velluto rosso.

La sala antica puntava ad un’acustica eccellente , dovuta alla sua geometria che combatteva le antiche convinzioni che l’acustica teatrale fosse solo un fatto…casuale. Quando fu ricostruito, la nuova tecnologia consentì di dare più smalto a questo caratteristica del vecchio teatro spagnolo. La grande massa di turisti internazionali che ogni anno si riversa nella bella Barcellona può puntare ancora alla bellezza del magnifico tempio della lirica, distrutto due volte dal fuoco ma per due volte risorto dalle ceneri. E quelle due volte, si capisce, è un’indicazione puramente storica e sicuramente,questo è nei voti, non andrà avanti nella sua numerazione..

La nostra “posta”

Luglio 28, 2008

Caro Vito, sto partendo per le ferie, vado in Provenza dove non sono mai stata.
Ho bisogno di riposare dalle fatiche dell’anno scolastico e, pensa…. sto lavorando come docente- bibliotecaria nel De Lilla per informatizzare la biblioteca scolastica. Ho ritrovato libri che ho letto da adolescente e che sono stati motivo di interrogazioni scolastiche, sempre positive…..
E poi ogni tanto mi fermo nel mio lavoro al computer perchè muoio dalla voglia di leggere i libri che mi capitano tra le mani. Sepulveda e I.Allende sono irresistibili!!
Ti saluto affettuosamente, sei nei nostri cuori.

Chiara Sgherza

Vecchia Mosca, II parte

Luglio 24, 2008

E scopre che nonostante l’avvento del regime, il Natale è ancora una grande festa “ con bancarelle che vendono oggetti natalizi, giocattoli e articoli di carta…. E poi ceste alimentari, addobbi natalizi, anche qui le rose di Natale, gruppi d’eroici fiori che risplendono vigorosi nella neve e nel ghiaccio”. Ma se il Natale è ancora in piedi, in alcuni teatri fanno le prove sperimentali del nuovo rito civile per l’imposizione del nome, e per la celebrazione del matrimonio. Benjamin riesce ad entrare anche nel Cremlino dove: “… torri e cupole si levano contro il cielo notturno con sentinelle ritte in una luce accecante, avvolte nelle loro spavalde pellicce color giallo ocre. Stormi di corvi silenziosi sono posati sulla neve. Il Cremlino era un tempo una foresta- la chiesa del Redentore nella foresta si chiama la più antica delle sue cappelle.Poi è diventato una foresta di chiese, e anche se gli ultimi zar ne hanno abbattute molte per fare posto a nuove chiese insignificanti, ne restano pur sempre abbastanza da formare un labirinto di chiese.Sulle facciate esterne molte immagini di santi: guardano dai più alti cornicioni come uccelli spauriti. Dalle loro teste inclinate parla la malinconia”. Benjamin se ne va in giro per teatri, si rappresentano lavori d’ogni genere, anche americani. Ma il febbraio del ritorno s’avvicina, le speranze riposte nel giornalismo, nelle collaborazioni culturali e teatrali sfumano. E’ sfumata anche la passione per una donna lettone nella quale aveva riposto grandi speranze. Addio, Mosca. L’intellettuale s’avvia alla stazione. S’accorge che la donna nella quale ha perduto ogni speranza non ha avuto il coraggio di farlo andare solo al treno, si gira e…” non la vidi più. Con la grande valigia in grembo, percorsi piangendo le strade che imbrunivano, verso la stazione”. Già, addio Mosca. Addio teatri dove aveva visto Stanislavskij regista della sua prima opera teatrale “ La fidanzata dello zar “ di Rimskij Korsakov, addio alla vecchia pasticceria dove beveva caffè, bicchieri di panna con la meringa, ingollava la vodka nella quale era immersa una foglia gialla per farla scendere più dolcemente; e assaggiava torte simili a cornucopie dalle quali sgorgavano caramelle a scoppio o praline avvolte in carta colorata. Addio al vecchio museo di un ricco mecenate-ora solo direttore non più proprietario -carico di opere di Gauguin, Matisse, Picasso. I tre avevano lavorato solo per lui e di Picasso si conservavano tutte le opere giovanili sino al 1914. E addio a tutti i giocattoli di cui Mosca era piena e per i quali Walter Benjamin impazziva come un bambino in appassionata voglia di giocare: bambole in maiolica, piccole slitte per bambole di legno e di cartapesta, piccole macchine da cucire con l’ago in movimento, la testa di san Giuseppe in un vetro pieno di fiori, Babbi Natale di carta e di ovatta, organetti con la manovelle, piccole balalaike, animali di legno e di cartapesta, e bambole, bambole a non finire. Ma soprattutto Benjamin partiva perché ebreo errante aveva capito che già la Russia s’avviava verso il precipizio. Ritornava piangendo a Berlino, il maître à penser. Avrebbe trovato altre tristezze.

Vecchia Mosca, I parte

Luglio 24, 2008

Mosca, dopo la fragorosa caduta dell’impero sovietico, costituisce senza dubbio una meta golosa per coloro che vogliono perdersi fra chiese dalle cupole panciute, palazzi imperiali e quelli dell’ex potere stalinista; e monumenti e immense piazze e musei e icone e una maniera antica e superata e anche diversa di vivere. Quel che sembra nuovo è sempre cosa molto desiderata ma si svela, accanto alla novità, la vaghezza di conoscere come fosse, sotto l’ancien régime, la metropoli dalle forti connotazioni monumentali, sociali, politiche, umane. Le fonti possono essere naturalmente le pagine letterarie di un maître à penser che colse impressioni e annotazioni e pensieri seri e coinvolgenti di quella che fu la capitale di una cruenta e sconvolgente rivoluzione del passato. Mi sembrano così una lettura, anzi una rilettura piena di fascino, le tormentate pagine di Walter Benjamin (1892- 1940) nel “ Diario moscovita” (Einaudi, 1983), un autentico “ carnet de notes” della sua permanenza a Mosca dal freddo dicembre 1926 al febbraio dell’anno seguente. Il testo apparve solo negli anni Ottanta con ghiotti documenti che testimoniano, accanto ai dubbi e al conformismo e alle lacerazioni della gente di fronte al nuovo potere stalinista che si va man mano consolidando, la Mosca delle case intime e fredde e calde, la Mosca dei monumenti, dei teatri, delle grandi vie fredde e della neve che domina sovrana. Walter Benjamin era a Mosca per diverse ragioni. Conoscere il nuovo regime, forse ha intenzione di diventare comunista ma il suo è uno storicismo teologico, da buon ebreo aspetta il Messia anche per il marxismo. Naturalmente non ottiene le corrispondenze che sperava di ottenere dalle grandi riviste sovietiche, s’accorge che gli uomini anche di cultura del nuovo potere ne sono chiaramente succubi, la sua adesione alla nuova Russia appare assolutamente improbabile. Ma c’è la grande Mosca dove, arrancando per le strade ghiacciate, e annotando le piccole cose cittadine, Benjamin s’ immerge nelle immagini della città. S’affascina così alle fonti di luci. “ Eccole: la neve, che riflette l’illuminazione così intensamente che le strade sono quasi tutte chiare, le forti lampade al carburo delle botteghe, i fari accecanti delle auto che proiettano nelle strade il fascio di luce per centinaia di metri”.

Un dimenticato professore barese: Franco d’Itollo

Luglio 23, 2008

Ora che molto silenzio ispira le mie ore, vado con il pensiero a tante personalità che un tempo dettero una vera dimensione al come era l’umanità di una volta ma devo anche dire che sono convinto che c’è anche nei nostri tempi umanità d’eguale nobiltà. Il problema è andare con il lume alla sua ricerca, e il vecchio lume come fa a rischiarare nell’immensa globalizzazione gli eterni, bravi, piccoli uomini dei nostri giorni ? Mi è più vago allora tornare ai i tempi duri della guerra, al primo anno del conflitto anzi. La città oscurata, i razionamenti duri, durissimi dei viveri , ma continuava la nostra vita scolastica e quella della frequentazione dell’Oratorio di piazza Garibaldi, affidato alle cure materne- ma direi cure angeliche- della buona e cara Bina Morfini.
Nel mese di dicembre – un dicembre freddo, freddissimo, per giunta- ci fu presso il Seminario che allora era allogato nello stesso palazzo arcivescovile di Bari vecchia, una giornata di ritiro spirituale. Andammo, molti ragazzi della parrocchie, vecchi cappotti,sciarpe, coppole in testa. La cappella,ampia, del Seminario- oggi ci sono gli uffici della Curia- ci accolse con la magnificenza dell’altare barocco ma anche con il gelo delle sue mura. A darci il benvenuto c’era il Delegato diocesano Ju- eravamo già juniores nell’ambito delle file dell’Azione cattolica- Franco d’Itollo, non molto più grande di noi, appena qualche anno in più. Il sorriso stampato sul viso, una grande cordialità con il suo accento che sapeva di dialetto campano, ma era soprattutto preoccupato per il freddo che sentivamo, s’accorse anzi che eravamo un po’ – un po’? ma la fame di quei tempi era quella classica dei lupi- affamati, e subito ci portò nel refettorio. Dove ci mise di fronte a grosse ciotole di latte e canestri pieni di pane – nero ma abbondante- tagliato a grosse fette. Mangiammo a sazietà, sotto lo sguardo fraterno e amabile del delegato Ju. Ora sì che potevamo cantare gli inni al Signore, sì che potevamo partecipare alla lunga messa in latino e recitare le preghiere del sacrificio divino. Stemmo insieme, fra canti e conversazioni, l’intera giornata, in quel ritiro spirituale degli anni di guerra.

Poi non vedemmo più il nostro delegato Ju, era partito per la guerra. Gli anni intanto passarono, la vita ci aveva coinvolti. Facevo un po’ di giornalismo e leggevo di Franco d’Itollo e Damiani, Nicola Damiani, impegnati nella democrazia cristiana, ma nella sponda più sensibile, quella vicina alle classi emarginate. Trovai posto nei Telefoni, fui direttore di agenzia e poi addirittura capo del personale per la Puglia e la Basilicata. Un giorno i giornali pubblicarono la notizia che il prof. Franco d’Itollo era stato nominato consigliere d’amministrazione di quella importante, pubblica società. Già, Franco d’Itollo delle ciotole di latte e del pane nero della guerra mondiale.
Nei telefoni vissi tempi intensi ed ebbi l’amarezza di constatare che c’erano elementi di alto livello che avevano trasformata l’azienda in un potere dalle mani non certo pulite. Denunziai il tutto alla Direzione Generale e mandai copia di tutte quelle non certo oneste cose al Consigliere d’Amministrazione della Società, quel che un tempo lontano ci aveva dato pane e latte. Franco cercò d’appoggiare la mia causa, ma eravamo vasi di coccio in mezzo a vasi di ben altro spessore. Indignato, mi dimisi. Ma incontrai ancora il prof. Franco D’Itollo che da, preside, invitava gli scrittori nella sua scuola. E faceva studiare i loro libri ai suoi allievi, faceva anche riportare le loro emozioni su disegni e su relazioni. Voleva, il prof. Franco d’Itollo, una scuola moderna, attenta al pensiero degli scrittori del tempo.

Ed erano ancora incontri stimolanti , bellissimi. E in me riviveva la stessa emozione del tempo in cui Franco, per vincere il disagio, l’estraneità, la stessa fame dei ragazzi nel clima di guerra, li faceva sedere di fronte ad un lungo tavolo. Con ciotole di latte caldo e fette di pane nero. Per introdurli poi nel miracolo dei canti e della parola. Bisogna però dire che era anche un preside severo, un preside per il quale l’insegnare e l’educare erano un difficilissimo dovere.