Negli Anni Trenta San Francesco alla rena era la spiaggia dei signor baresi. La città di Bari, aveva in quei tempi spiagge e case strade appannaggio dei «signori», proprio così. Una nuova strada che vide i nuovi ricchi era Corso Sonnino dove erano stati costruiti moderni palazzi dagli emergenti impresari edilizi. C’era anche una bella chiesa, quella di san Giuseppe che s’era adornata di qualche altare barocco demolito dalla Basilica di san Nicola dove l’architetto Schettini volle che il tempio rispettasse severamente il suo stile romanico-pugliese e fece fuori tutti i decori barocchi. Il nuovo parroco era don Antonio Carucci che s’era fatto effigiare su una vetrata del nuovo tempio mentre era in pellegrinaggio nella mistica Lourdes. Sul versante laico , San Francesco era una spiaggia chic. La si raggiun¬geva con il comodo tram, soli¬tamente due vetture, che parti¬va da piazza Massari e, dopo alcune fermate, aveva il capo¬linea sotto la pensilina vicinissima al punto dove oggi c’è un bell’albergo.
Sotto la pensilina c’erano freschi sedili di pietra e in lon¬tananza si scorgeva la campa¬gna. Non c’erano costruzioni sicché appariva, al tramonto, la linea delle Murge e a guar¬dar bene anche la sagoma di Castel del Monte, benchè lontanissima.
La spiaggia era circondata da alti cancelli, si pagava l’in¬gresso e la cabina (di legno) si affittava per una giornata o per poche; ma c’erano quelli che la prendevano per l’intera stagione estiva. Il bagnino era il signor Tempesta, di Ru¬vo di Puglia, padre di Nietta Tempesta, attrice dialettale di felice vena, e anche lui-piccolo di statura- era un uomo loquace, educato e di buona compagnia .
C’erano un bel po’ di om¬brelloni, una pensilina dove soprattutto i ragazzi si rifu¬giavano dopo il bagno: e na¬scevano giochi e s’intrecciava¬no amicizie e sbocciavano amori. La rena era abbondan-te, pulita, le cabine di solido legno. No, non c’erano buchi ai quali i ragazzi potessero appoggiare l’occhio avido per scorgere bei costumi da bagno femminili e soprattutto le loro indossatrici.
A un certo punto, proprio nel bel mezzo dell’arenile, c’e¬rano tanti paletti vigilati da soldati con le fasce alle gambe e la divisa grigio-verde, la bustina in testa sotto il sole rovente dell’estate. Quel pezzo di spiaggia era riservato agli ufficiali del Regio Esercito e alle loro famiglie. Non appena ti avvicinavi ai paletti, i mili¬tari invitavano a cambiar strada.. Quella era zona milita¬re, dove — ancora lo ricordo — un ufficiale alto, peloso co¬me una scimmia, giocava spesso, con un pallone leggero e grandis¬simo, con una bellissima par¬tner. Una donna tutta avvolta di bianchi veli, cappello con fiori in testa, le tese calate per non prendere un raggio di so¬le.
Il colorito bianco, aumenta¬to da un velo di cipria, era il look preferito dalle dame di quel tempo. L’abbronzatura era il colore delle contadine e una vera signora non doveva apparire con il bel viso cotto dal sole. La donna dai bianchi veli, aveva molta gra¬zia nel lanciare il pallone al suo ufficiale alto, peloso, nero come il carbone.
Dietro le cabine di legno del¬l’ultima fila, un po’ in dispar¬te, c’erano le «stufe». Le «stu¬fe» erano grandi fossi scavati nella sabbia. I signori, e so¬prattutto le signore afflitte da dolori reumatici, si spogliava¬no in cabina e uscivano, in ac¬cappatoio, proprio sulle «stu¬fe». Ad attenderli c’era il ba¬gnino il quale, specialmente per le rappresentanti del sesso debole e gentile, si guardava be¬ne dal dare una mano d’aiuto. Le dame così si ponevano con grazia nel buco scavato a una certa profondità e il bagnino, con una pala, e con tanta dol¬cezza, le copriva di sabbia bol¬lente. Man mano che la rena seppelliva le grazie muliebri, le dame — con molta grazia e adagio,adagio che più piano di così non si poteva, toglievano deli¬catamente l’accappatoio. E ri¬manevano nude sotto chili e chili di sabbia bollente, testa fuori, tutto il corpo immerso in quel fuoco che doveva certamente essere più ardente del fuoco dell’inferno.Quando , dopo un certo tempo, stavano per terminare il loro “ bagno di sabbia”, pian piano, scrollandosi la sabbia da corpo, indossavano di nuovo l’accappatoio attente a che non un centimetro di corpo nudo potesse essere spiato dai ragazzi che, di lontano, le divoravano con gli occhi.
Indossato l’accappatoio si rifugiavano infine nelle ancora più calde cabine di legno, una bottiglia d’acqua da bere lentamente, i bei vestii da indossare, nessun buco – state sicuri — nelle cabine.Era San Francesco alla rena in quegli anni lontani del 1930.