Quando a Bari si faceva la salsa

By vitomaurogiovanni

Nel giardino della nostra casa , ogni anno, mia madre faceva la salsa di pomodori. Non appena si avvicinava il tempo dell’estate, e i sospirati frutti ortaggi erano spuntati rossi e polposi nelle nostre campagne assolate, mia_ madre annunciava solennemen¬te: «Ho ordinato i pomodori a `mba Giuanne, u chezzale». I pomodori arrivavano e mia madre ogni anno, se ne usciva sempre con la stessa frase: «E anche que¬st’anno, ‘mba Giuanne, u chezzale, ci ha fregato. Non sono i po¬modori dell’anno scorso. Quelli, sì, ch’erano dolci». E intanto i pomodori riempivano la casa di profumo di campagna, di polve¬re, di erbe e prendeva corpo il piano strategico dei giorni del¬la salsa. Il quale piano prevede¬va la mobilitazione di tutte le forze familiari, noi bambini in prima linea assieme alle vecchie zie, richiamate dalla loro ariosa casa del Lungomare. Le buone zie- fra l’altro bizzoche e nubili perché sfortunate in amore- indossavano l’abito della domenica,calzavano i cappellini sormontate dalle lunghe penne d’uccello in testa e se ne venivano nel giardino di casa per il gran rito estivo della salsa di pomodori. Naturalmente ,in una borsa della spesa, portavano i vestiti di casa e una serie di grembiuli perché non potevano certo fare i pomodori con i vestiti della festa e i capellini in testa.

Veniva riesumata intanto nel giardino la vecchia “macchinetta”, con la consunta manovella a mano, sangue, su¬dore e fatica di tante generazio¬ni, con la quale erano passati, bollenti, i pomodori polposi. Spesso l’aggeggio si svitava e cadeva rovinosamente dal traballante tavolo su cui era stato posto e pomodori bollenti e salsa caldissima finivano con lo scottare mani e piedi e chissà anche i visi degli attori di quella familiare scena nel giardino della mia casa. Le vecchie zie riportavano addirittura scottature di non so quale grado ma erano contente lo stesso perché s’erano rovinati i vestiti di casa e i grembiuli ma gli abiti festivi e i cappellini con le penne di uccelli s’erano salvati per tempo. Mia madre, un po’ incavolata per quella benedetta,anzi maledetta macchinetta che mio padre non si decideva a sostituire, si rituffava veemente nella solita frase,detta e ridetta da un incalcolabile ciclo di anni: “ E questo, quant’è vera Santa Lucia benedetta, questo è l’ultimo anno che fac¬ciamo la salsa. Adesso basta, non ne posso più. L’anno ventu¬ro, non sia mai Signore, l’anno venturo basta con questa sto¬ria». Le mie buone zie, malgrado le varie scottature, rimanevano imperturbabili, pronte rimet¬tersi gli abiti della festa e i traballanti cappellini con penne di uccello in testa. Per tornarsene alla loro magione, ferite e soddisfatte del¬l’aiuto dato. Quando il pomodoro era finalmente tutto “ passato” , la salsa veniva travasata in tante bottiglie, bottigliette, bottiglioni ,fino a quel momento immersi nell’acqua raccolta nel capace “galettone”, la grossa tinozza del bucato. Riempiti i contenitori, c’era l’ultimo atto della grande giornata, la prova del fuoco, cioè la bollitura. Grandi caldaie accoglievano le bottiglie strettamente tappate,con molte pezze nei recipienti. Per evitare quel che era il grande e fragoroso dramma delle giornate della salsa: lo scoppio delle bottiglie, con la conta di quelle “scoppiate” durante la cottura. Per le case e per i cortili e per i vicoli venivano annunciati au¬tentici bollettini di guerra: «Commara, a me quest’anno dieci bottiglie sono scoppiate». E la comare, dispettosa: «A me, quest’anno, manco una. Tutto a posto». E, in sottofondo, la voce di mamma: «E questo è l’ultimo anno. L’anno venturo, nah… a questi cacchi di pomodori».Inutile dire che l’anno dopo il co¬pione si sarebbe replicato con la stessa sceneggiatura. E con la convinzione che,anche per quell’anno, il compare Giuanne, u chezzale, non avrebbe mandato i pomodori buoni. Come quelli dell’anno passato.

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