
Ero a Matera quando la cinematografia italiana scoprì la città dei Sassi. La mia casa era affacciata sulla lunga discesa che, dalla città alta, portava giù al Sasso Barisano. Erano i tempi in cui Matera si rivelava all’opinione pubblica non solo nazionale. Carlo Levi aveva scoperto con il suo “ Cristo si è fermato a Eboli” la civiltà contadina, Alcide de Gasperi era stato fotografato- il cappello in mano, lo sguardo sconcertato- mentre osservava una casa dei Sassi con la camera da letto , il quadro della Madonna, e, accanto, il cavallo, l’asino e la mangiatoia. Fu l ‘epoca in cui si decise l’abbandono delle case scavate nella roccia con la costruzione di nuovi villaggi contadini. La Matera cinematografica fu scoperta nel 1953 da Alberto Lattuada, un colto milanese, figlio di un musicista, e allora giovane regista attento ad una filmografia che s’ispirasse ai grandi testi letterari. Aveva partecipato, negli anni Quaranta, alla sceneggiatura di “ Piccolo mondo antico” ma non aveva disdegnato di penetrare nelle pieghe dell’ avanspettacolo con quel “ Luci del varietà” nel quale coinvolse Federico Fellini che di quel mondo subiva il fascino e tutto il becero intrigo dei personaggi in cerca di un pezzo di gloria. Per Matera s’era ispirato ad un racconto di Giovanni Verga “ La lupa” nel quale – in un paesaggio campestre e di vecchi tuguri- dominava gna’Pina, una donna che non era mai sazia di nulla, guardata con odio dalle donne perché “ con l’andare della lupa affamata …si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella”. La Lupa, invaghito di un giovane il quale a sua volta amava la bella figlia, non esita un istante a far sposare i due e a vivere assieme a loro ora rubando il talamo alla ragazza ora amando il genero-amante nei campi immensi dove cantavano soli i grilli e il sole bruciava le zolle. Lattuada volle ambientare quel racconto che parlava di sesso, ma che aveva anche chiari risvolti sociali ed economici, nell’allora Matera contadina ed un bel giorno arrivò da Roma il caravanserraglio dei cinematografari che dovevano girare il film tratto da un “soggetto” di Giovanni Verga.. Arrivarono così – per la produzione Ponti-De Laurentis- tecnici ed operatori e gli attori che dovevano interpretare i personaggi verghiani. Giunse, per essere sul set la famelica gna’ Pina, l’attrice tunisina Kerima, gli occhi neri, il portamento ferino, la sensualità che sprigionava anche nella sua voce torbida dai caldi accenti francesi. La parte del genero vittima delle voglie della suocera era affidata ad Ettore Manni, allora alle sue prime interpretazioni, mentre per la bella figlia della Lupa c’era la svedese May Britt, subito dopo emigrata in America dove sposò un famoso cantante. Faceva parte della compagnia Mario Passante, un caratterista napoletano che si affaccendava ad apparire sempre accanto al produttore De Laurentis, al bar, nel ristorante, nelle rare passeggiate per la Matera piccola e contadina Vedemmo arrivare l’allora giovane e prosperosa Giovanna Ralli, il caratterista Ignazio Balzamo riservato a coprire, forse per la sua figura di giovane ceffo, parti di brutale mafioso. Nel cast anche il promettente Maurizio Arena, destinato ad avere nel tempo una controversa storia d’amore con una principessa di casa Savoia e a farsi successivamente notare, nella capitale, per le sue virtù di mago ed indovino .
La carovana prese alloggio nel vecchi albergo Italia il cui ingresso è di fronte ad una bella chiesa barocca e l’interno spazia sul paesaggio dei Sassi. Anche Alberto Lattuada alloggiava in quell’albergo, con la bella moglie Carla del Poggio, un diva dei telefoni bianchi che aveva studiato con Luigi Chiarini al Centro Sperimentale di Cinematografia e aveva sostenuto ruoli di un certo interesse nei primi film di Vittorio de Sica. Lattuada prese contatto con l’intellighentia locale, tenne conferenze sul cinema al “ Circolo Unione” e lo si notava- a tarda sera- nel vecchio caffè La Calamita, lui e la bella moglie, di fronte ad un caldo cappuccino. Alle prime ore del mattino lo si vedeva raggiungere, in auto, un folto castagneto che dominava allora sulla città e nel quale si fermava per qualche tempo a studiare i suoi copioni. Il racconto di Verga era stato naturalmente ampliato, erano stati introdotti moti contadini e processioni popolari sicché la città fu coinvolta nella scelta delle comparse e dei figuranti. Quando poi ci fu la ripresa di una processione, i Sassi si riempirono di gente, assettati di vedere girare il film; e la partecipazione divenne più corale quando i Sassi furono illuminati da migliaia di fuochi artificiali di tutti i colori, sicché alla gente parve di partecipare ad una vera e propria sagra paesana, ambientata in un paesaggio- come quello dei Sassi- nel quale non era certo frequente celebrare grandi feste.
Venivano giornalista anche da Bari, per scrivere pezzi d’occasione. Venne anche Herman Carbone, capo-ufficio stampa della Prefettura,il quale – grazie anche al suo incarico- riusciva a piazzare l’ articolo che scriveva su un numero considerevole di quotidiani italiani.
Carbone aveva facile eloquio ed era tenuto in massima considerazione dalla categoria degli artisti che dovevano passare dal suo ufficio per godere di varie agevolazioni in quel tempo concesse agli uomini di spettacolo. A Matera fu accolto con grande simpatia dall’eterogenea compagnia. Fu invitato alle lunghe cene che, a sera, erano consumate nell’albergo e, poiché accanto alle doti di burocrate di rilievo nutriva una certa vena poetica, non mancò di recitare le sue poesie innaffiando la sua gola con l’abbondante nettare servito a tavola.
Recitato un carme continuò a regalare agli astanti il suo repertorio aiutando il suo recitare con i generosi bicchieri del buon vino materano. A notte inoltrata, era così brillo da sconsigliare il ritorno a Bari. Ma non c’era una camera libera , l’albergo era pieno, tutti quegli attori, per cui – per aiutare il Capo ufficio stampa della Prefettura di Bari- Ignazio Balzamo, quello dalla faccia truce e delle parti di gran e pericoloso mafioso, gli propose di dormire nella sua stanza dove era disponibile un letto…
Il povero Carbone non riuscì a chiuder occhio. Vedeva sul letto accanto il viso di quello che era considerato il più rischioso ceffo della cinematografia italiana, e passò la notte in bianco, nel timore che gli saltasse alla gola; e in attesa della prima littorina del mattino che lo riportasse a Bari . Non so se poi scrisse l’articolo sul film “La lupa”, girato nel 1953 in quel di Matera.