Archivio per Settembre 2008

Matera, cinema nell’anno di grazia 1953

Settembre 30, 2008


Ero a Matera quando la cinematografia italiana scoprì la città dei Sassi. La mia casa era affacciata sulla lunga discesa che, dalla città alta, portava giù al Sasso Barisano. Erano i tempi in cui Matera si rivelava all’opinione pubblica non solo nazionale. Carlo Levi aveva scoperto con il suo “ Cristo si è fermato a Eboli” la civiltà contadina, Alcide de Gasperi era stato fotografato- il cappello in mano, lo sguardo sconcertato- mentre osservava una casa dei Sassi con la camera da letto , il quadro della Madonna, e, accanto, il cavallo, l’asino e la mangiatoia. Fu l ‘epoca in cui si decise l’abbandono delle case scavate nella roccia con la costruzione di nuovi villaggi contadini. La Matera cinematografica fu scoperta nel 1953 da Alberto Lattuada, un colto milanese, figlio di un musicista, e allora giovane regista attento ad una filmografia che s’ispirasse ai grandi testi letterari. Aveva partecipato, negli anni Quaranta, alla sceneggiatura di “ Piccolo mondo antico” ma non aveva disdegnato di penetrare nelle pieghe dell’ avanspettacolo con quel “ Luci del varietà” nel quale coinvolse Federico Fellini che di quel mondo subiva il fascino e tutto il becero intrigo dei personaggi in cerca di un pezzo di gloria. Per Matera s’era ispirato ad un racconto di Giovanni Verga “ La lupa” nel quale – in un paesaggio campestre e di vecchi tuguri- dominava gna’Pina, una donna che non era mai sazia di nulla, guardata con odio dalle donne perché “ con l’andare della lupa affamata …si spolpava i loro figliuoli e i loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella”. La Lupa, invaghito di un giovane il quale a sua volta amava la bella figlia, non esita un istante a far sposare i due e a vivere assieme a loro ora rubando il talamo alla ragazza ora amando il genero-amante nei campi immensi dove cantavano soli i grilli e il sole bruciava le zolle. Lattuada volle ambientare quel racconto che parlava di sesso, ma che aveva anche chiari risvolti sociali ed economici, nell’allora Matera contadina ed un bel giorno arrivò da Roma il caravanserraglio dei cinematografari che dovevano girare il film tratto da un “soggetto” di Giovanni Verga.. Arrivarono così – per la produzione Ponti-De Laurentis- tecnici ed operatori e gli attori che dovevano interpretare i personaggi verghiani. Giunse, per essere sul set la famelica gna’ Pina, l’attrice tunisina Kerima, gli occhi neri, il portamento ferino, la sensualità che sprigionava anche nella sua voce torbida dai caldi accenti francesi. La parte del genero vittima delle voglie della suocera era affidata ad Ettore Manni, allora alle sue prime interpretazioni, mentre per la bella figlia della Lupa c’era la svedese May Britt, subito dopo emigrata in America dove sposò un famoso cantante. Faceva parte della compagnia Mario Passante, un caratterista napoletano che si affaccendava ad apparire sempre accanto al produttore De Laurentis, al bar, nel ristorante, nelle rare passeggiate per la Matera piccola e contadina Vedemmo arrivare l’allora giovane e prosperosa Giovanna Ralli, il caratterista Ignazio Balzamo riservato a coprire, forse per la sua figura di giovane ceffo, parti di brutale mafioso. Nel cast anche il promettente Maurizio Arena, destinato ad avere nel tempo una controversa storia d’amore con una principessa di casa Savoia e a farsi successivamente notare, nella capitale, per le sue virtù di mago ed indovino .

La carovana prese alloggio nel vecchi albergo Italia il cui ingresso è di fronte ad una bella chiesa barocca e l’interno spazia sul paesaggio dei Sassi. Anche Alberto Lattuada alloggiava in quell’albergo, con la bella moglie Carla del Poggio, un diva dei telefoni bianchi che aveva studiato con Luigi Chiarini al Centro Sperimentale di Cinematografia e aveva sostenuto ruoli di un certo interesse nei primi film di Vittorio de Sica. Lattuada prese contatto con l’intellighentia locale, tenne conferenze sul cinema al “ Circolo Unione” e lo si notava- a tarda sera- nel vecchio caffè La Calamita, lui e la bella moglie, di fronte ad un caldo cappuccino. Alle prime ore del mattino lo si vedeva raggiungere, in auto, un folto castagneto che dominava allora sulla città e nel quale si fermava per qualche tempo a studiare i suoi copioni. Il racconto di Verga era stato naturalmente ampliato, erano stati introdotti moti contadini e processioni popolari sicché la città fu coinvolta nella scelta delle comparse e dei figuranti. Quando poi ci fu la ripresa di una processione, i Sassi si riempirono di gente, assettati di vedere girare il film; e la partecipazione divenne più corale quando i Sassi furono illuminati da migliaia di fuochi artificiali di tutti i colori, sicché alla gente parve di partecipare ad una vera e propria sagra paesana, ambientata in un paesaggio- come quello dei Sassi- nel quale non era certo frequente celebrare grandi feste.
Venivano giornalista anche da Bari, per scrivere pezzi d’occasione. Venne anche Herman Carbone, capo-ufficio stampa della Prefettura,il quale – grazie anche al suo incarico- riusciva a piazzare l’ articolo che scriveva su un numero considerevole di quotidiani italiani.

Carbone aveva facile eloquio ed era tenuto in massima considerazione dalla categoria degli artisti che dovevano passare dal suo ufficio per godere di varie agevolazioni in quel tempo concesse agli uomini di spettacolo. A Matera fu accolto con grande simpatia dall’eterogenea compagnia. Fu invitato alle lunghe cene che, a sera, erano consumate nell’albergo e, poiché accanto alle doti di burocrate di rilievo nutriva una certa vena poetica, non mancò di recitare le sue poesie innaffiando la sua gola con l’abbondante nettare servito a tavola.

Recitato un carme continuò a regalare agli astanti il suo repertorio aiutando il suo recitare con i generosi bicchieri del buon vino materano. A notte inoltrata, era così brillo da sconsigliare il ritorno a Bari. Ma non c’era una camera libera , l’albergo era pieno, tutti quegli attori, per cui – per aiutare il Capo ufficio stampa della Prefettura di Bari- Ignazio Balzamo, quello dalla faccia truce e delle parti di gran e pericoloso mafioso, gli propose di dormire nella sua stanza dove era disponibile un letto…

Il povero Carbone non riuscì a chiuder occhio. Vedeva sul letto accanto il viso di quello che era considerato il più rischioso ceffo della cinematografia italiana, e passò la notte in bianco, nel timore che gli saltasse alla gola; e in attesa della prima littorina del mattino che lo riportasse a Bari . Non so se poi scrisse l’articolo sul film “La lupa”, girato nel 1953 in quel di Matera.

Libri, librai e dame gentili

Settembre 30, 2008

Ho letto in questi ultimi tempi, ma l’ho gustato a pezzi e a bocconi, quello che per me è uno dei più libri di quest’anno. Il titolo? “ I migliori anni della nostra vita” ( editore Feltrinelli), autore Ernesto Ferrero che fu prima addetto stampa, poi man mano salì i difficili scalini di più alti incarichi della casa editrice Einuadi. Dai suoi qualificati osservatori, Ferrero conobbe i grandi scrittori che ,con i romanzi e i saggi, illuminarono le nostre coscienze intorpidite degli eventi bellici , dalle miserie del dopoguerra; e dai dubbi e dalle speranze e della attese di una generazione che credeva nella lettura alta e portatrice di valori. Appaiono nel libro numerosi scrittori dell’Einaudi , e l’autore li ricorda con tratti che sanno di poesia eppur non mancano ombrosità., debolezze e soprattutto la grandeur di quello che fu l’editore Giulio Einaudi che dedicò alla sua casa “ i migliori anni della sua vita”. Ed appaiono Natalia Ginzburg che, a guerra finita, si sentiva murata in una prigione di gelo e di tenebre, Italo Calvino che sogna l’ideale “ tra l’isolamento monastico e l’efficienza aziendal-produttiva “, l’esuberante Carlo Levi; ed ecco Cesare Pavese in perenne tormento ed Elio Vittorini per il quale il sentimento, l’emozione,lo slancio progettuale erano più importanti dello scrupolo filologico, gli scrittori scartati che inviano lettere disperate. C’è da affondare in mezzo a tanta umanità e ai tanti scrittori che riuscirono a fare anche una nuova generazione di lettori. Noi andavamo a sbirciare quei titoli – l’acquisto era un fatto complicato,ahi i tempi, ahi,l’eterna ristrettezza- dalla libreria di Laterza, da quella di Oreste Macrì prima in via Putignani e poi in Corso Cavour. Andavo anche alla libreria Palladino, in via Roberto da Bari, a due passi dall’Università. Era uno stanzone immenso, sempre scuro, ridondante di libri. Quando c’era il sole che dardeggiava sulle strade bollenti,ci rifugiavamo nell’accogliente penombra. Se c’era mal tempo, sembrava che l’oscurità della libreria ci proteggesse dall’imperversare del temporale. Il proprietario era il colonnello Palladino, nazionalista credo per convinzione, aveva combattuto in Spagna. Era di Grumo Appula e aveva la particolare amabilità di coloro che, venendo dai paesi della provincia, hanno per i nativi del capoluogo. Finalmente erano cittadini anche loro, non più provinciali, costretti come erano talvolta a stabilire rapporti di comparatico per avere un punto fermo e amicale con la città. Conobbi una figlia del colonnello, Elsa, una donna di grande finezza e dai modi gentili. Aveva sposato l’editore Peppino Bracciodieta, impavido facitore di libri, di giornali, di piccole stazioni televisive alle quali voleva dare un tono di signorilità, e intendeva sprovincializzarle, nelle immagini e nei personaggi. Cose che costano, cosa che possano portare ai baratri economici. E quella finezza che voleva dare ai progetti mi pareva provenisse dallo stile della consorte, Elsa, la figlia del colonnello. Vedete, le ragazze del paese non hanno la spavalderia delle cittadine, conservano sempre l’intensità della familiarità della provincia, la serietà del discorrere per non cadere nel provincialismo, la sobria eleganza per non essere più paesane, il distacco dalle invadenze metropolitane. Elsa curava alcuni premi letterari di prestigio, quello dedicato a “ Cristina di Savoia” e l’altro che si fregiava del nome di Nino Palumbo. L’autore di “Pane verde” doveva essere ricordato per i suoi romanzi che gettarono tanti sprazzi di luce sulla condizione meridionale del dopoguerra. La signora Elsa attendeva a questo suo compito- scegliere un vincitore fra tanti aspiranti scrittori, è un dramma- con vigile cura, preoccupata di mettere in luce quel che andava messo in luce, attenta ai pareri degli altri giurati perché dal pensiero corale nascesse l’opera che meritava di essere pubblicata. In questa affannosa ricerca aveva l’aiuto e la collaborazione della senatrice Marida Dentamaro, anche lei attenta, gentile, responsabile delle scelte, e oggi avvocato di grande prestigio. Elsa Bracciodieta veniva con il taxi alle riunioni, sempre sorridente, una parola gentile per tutti. Devo confessare che s’interesava ai miei articoli sulla “ Gazzetta”. L’anno scorso in quella rubrica scrissi che il racconto più bello su Rocco Scotellaro l’avevo scritto la madre, una vecchia contadina. Lo stesso Scotellaro, in un racconto, aveva parlato della “ capera”,la donna che pettinava i bei capelli della genitrice. :Mi permisi ricordare che anche mia madre, di fronte alla “ballerina”- la specchiera antica delle nostre case-, esprimeva una dolcissima femminilità. Mi ringraziò, Elsa, di quell’articolo, per l’attenzione verso le madri, privo della retorica che fa belle tutte le mamme del mondo; fuori dagli schemi non solo letteari sull’ossessione del ruolo materno. Disse che la commuoveva leggere, attraverso le parole dei figli, la casta femminilità intrisa di gioie e di dolori e di speranze delle madri di ogni tempo. Non ebbi più occasione di sentire Elsa. Era partita per il suo eterno viaggio per Itaca dove tutti sognano che la terra sia lieve, il vento mite, il mare bellissimo.

Piripicchio

Settembre 30, 2008

La mia generazione è vissuta anche di radio.Erano belle le domeniche del secolo scorso. Collaboravo allora con la Rai che, ogni sette giorni, metteva in onda “ La Caravella”, il settimanale radiofonico di attualità. Scrivevo, per il programma, le scenette dialettali, quelle che avevano per protagonisti Colino e Marietta. Non mi limitavo però agli skecht, un’altra mia partecipazione era quella giornalistica. Capitavano a Bari personaggi del teatro, del varietà, della cultura. Correvo allora ad intervistarli e, poiché in quel tempo la Rai non aveva registratori, bisognava avvicinare i personaggi, parlare con loro, e soprattutto convincerli a venire direttamente nello studio di radio Bari per l’intervista. Alle 14 quindi di ogni domenica, o quasi, ero in via Putignani e ricordo di aver intervistato il regista cinematografico Mario Mattoli, il regista Luighi Chiarini, il giovane cantante Peppino Di Capri, Rascel, il m° Larotella, Nino Rota, George Flamant, un attore francese compagno di un’attrice famosa d’oltralpe, Viviane Romance,lo scrittore Domenico Rea, il fondatore del Premio Viareggio , Leonida Repaci. L’elenco è lungo e ricordo che, finite l’intervista e la trasmissione, me n’andavo in stazione, a prendere un treno che mi portava a Trani bella città adagiata sul mare. No, non andavo per il mare, era il tempo degli amori giovanili. Le strade domenicali di Bari erano deserte, a quell’ora, e sulla via della stazione incontravo Piripicchio che aveva anche lui terminato il suo spettacolo sul marciapiede; e, adesso, smontati con un aiutante i microfoni, gli altoparlanti, raccolti gli aggeggi in una valigia di cartone, se n’andava anche lui in stazione. Percorrevamo spesso la stessa strada e lui, ancora vestito da Charlot, la “bombetta” in testa, prendeva il treno per Barletta, la mia destinazione era invece Trani.. Una volta nel vagone, mi sedeva un po’ vicino a lui. E lo vedevo stanco, accasciato, era ormai avanti con gli anni. Appena seduto, la bombetta un po’ di traverso sulla testa, cercava di addormentarsi. L’aiutante invece piazzava microfoni e altoparlanti e valigia di cartone sui sedili e sul portabagagli del vagone. Ma avevo l’impressione che Piripicchio facesse finta di addormentarsi. Forse voleva continuare a far spettacolo non cantando e improvvisando scenette come faceva per strada ma sperando di riaprire in diversa maniera il suo comunicare con i viaggiatori. I quali, per la verità, non c’erano. I treni domenicali erano tremendamente vuoti. Di fronte a lui c’ero soltanto io, e non potevo certo rappresentare l’occasione per la ripresa delle sue performance. E così vedevo che all’improvviso mi fissava, non parlava, guardava in un mutismo assoluto, chissà forse non aspettava nemmeno che io parlassi. Voleva continuare a recitare nel silenzio di fronte ad uno spettatore muto? Un gran scena da mimi, nella quale diventavo attore senza parlare anch’io. Una volta però interruppi la sceneggiata e gli proposi di venire a “ La Caravella”. Gli dissi che spesso intervistavo personaggi ai microfoni, era interessato lui a quella cosa? C’era solo un inconveniente. Doveva venire lui allo studio di radio Bari. Mi guardò ironico, non capivo se interessato o meno alla proposta. Mi disse che non era quello il problema, lui girava il mondo,aveva battuto, batteva tante di quelle strade. Ma che bisogno c’era che venisse alla radio? Non vedeva nessuna necessità. Rimasi di stucco. In quel tempo- ma anche oggi- gente pur famosa fa il letterale diavolo a quattro per essere intervistata da un radio, da una televisione, lui- della radio- non gli fregava niente. Detto questo, fece di nuovo finta di riaddormentarsi, poi riaprì gli occhi. Voleva vedere la mia reazione? Gli dissi che veniva tanta gente, ai microfoni. Gente ben nota. “ Nota a chi?”, domandò ironico; e fece di nuovo la mossa di addormentarsi. A mia volta, continuai a parlare, intuivo che non dormiva e m’ascoltava. Gli dissi allora che c’era un cachet- aprì gli occhi, che volevo dire?, credo dicesse lo sguardo-; poi fece finta di dormire di nuovo. Gli spiegai allora, con la calma e la docilità con le quali ci si rivolge ad uno che sta per prender sonno e al quale vogliamo assolutamente dirgli qualcosa, ch’erano tremila lire, non era una cifra irrilevante, quanto prendeva lui dalle offerte della gente? Quell’importo lo accettavano anche gli attori che venivano da Roma, i registi, i musicisti. Ma lì, per strada, quanto ricavava? M’accorsi allora che s’era veramente addormentato. Un sonno lungo, lunghissimo, dormiva ancora quando il treno si fermò a Trani, ero a destinazione. Non volli svegliarlo, convinto che dormisse. Ma dormiva? S’alzò all’improvviso mentre aprivo lo sportello di quella ch’era una vecchia vettura, la bombetta ancora in testa di traverso. Prese il bastone dalla rete dei bagagli e si mise a cantare la canzoncina charlottiana:” Io cerco la Titina, Titina, o Titina”. Sì, sicuramente non s’era addormentato per niente. L’intervista non la feci, Piripicchio non venne alla radio; e con quel negarsi recitando un sonno forse disse più di quel che avrebbe potuto dire in cento interviste.

I nostri cognomi: Piacenza

Settembre 30, 2008

Buon giorno, presumo che le origini del mio cognome piacenza siano simili a piacentino, di cui ha già dato risposta, ma casomai avesse qualche notizia in più. ..la provenienza della mia famiglia è il piemonte.
Grazie mille

Susanna Piacenza

Per Piacenza confermiamo i suoi derivati Piacentini, Piacentino, Piasentino e Piasentin. Vale anche la conferma che il cognome sia sporadicamente diffuso in tutta Italia e nel Veneto brilano le sue varianti Piasentino e Piasentin.Personaggi illustri sono stati Marcello Piacentini (1881-1960), architetto; Pio Piacentini (1846-1928),architetto; Settimio Piacentini (1859-1921), generale.

Il cantiniere di via de Rossi

Settembre 29, 2008

Spesso la notte sogno via De Rossi. Con il caffé di mio padre, al numero civico 119, dove oggi c’è un bel pub. Di fronte, ad angolo con via Principe Amedeo, c’era la cantina di don Pasquale De Pasquale. Vendeva vino sfuso, era tranese e lui lo ritirava da Trani. Aveva grosse botti con i rubinetti: i ragazzi, a mezzogiorno, andavano con le bottiglie ed acquistavano la quantità indispensabile per il pranzo, mezzo litro, un litro. Ai più poveri era sufficiente un quarto di litro. Don Pasquale metteva il suo imbuto sulla bottiglia, dalla botte spillava il vino nei misurini corrispondenti alla quantità richiesta e, da questi, lo versava nel verde contenitore di vetro. Il vino costava pochi soldi e don Pasquale li deponeva nel tiretto del bancone dove c’erano vari comparti: quello dove metteva gli spiccioli, l’altro destinato alle banconote e l’ultimo alle monete d’argento. Non tutti pagavano in contanti: molti acquistavano a coppone, cioè a credito. Nel qual caso, don Pasquale tirava fuori, sempre dal tiretto delle monete, un vecchio quaderno e annotava nome, data e importo, facendo voti alla Madonna che, a fine settimana, il debitore venisse a fare il suo dovere. Talvolta avveniva che le settimane passassero, e aumentavano il debito e il timore di don Pasquale per quei soldi che stavano per sparire per sempre. Non negava ad ogni modo la sua merce ed era allora che intrecciava, con i ragazzi armati di bottiglie, un sapido discorso che incominciava con la domanda: “ Oh, e tutto questo triusque e ci jé che se lo beve? D’attande?”. Una volta accertato chi era il santo bevitore di quel sacro liquido, don Pasquale intimava: “ Oh, e dillo a tuo padre, d’attande, che se non viene a pagare fescenne fescenne, ddò triusque non ce ne sta più”. E l’occasione era buona perché il rubinetto dal quale il vino scorreva fosse chiuso un po’ prima di arrivare al giusto orlo del misurino. Don Pasquale, verso la fine degli anni Trenta, rimise a nuovo il suo negozio: lo pitturò, pose un bancone di marmo al posto di quello in legno, e diminuì il numero dei tavolini ai quali, per lunghe ore, si sedevano gli sfaccendati che si ubriacavano con un solo bicchiere di vino; e per, quel bicchiere di vino, se ne stavano per tutto il santo giorno nel negozio. Don Pasquale tolse anche la vecchia insegna e, su un bel rettangolo posto sul frontale della bottega, fece pitturare a grossi caratteri le lettere: VINI. E incominciò a vendere vini pregiati, locali ed esteri, e i vecchi ubriaconi non si sentivano più a casa loro. Don Pasquale aveva numerosi figli, belle ragazze, un futuro avvocato, il figlio maggiore titolare di un’importante enoteca, e Vittorio, un ragazzo in gamba, qualche volta con la testa fra le nuvole ma scherzoso e pieno di cordialità. Veniva spesso nel caffé di mio padre ed annunciò- solenne- la sua prossima partenza per il militare, un grande avvenimento per la sua vita. Papà gli promise, per il giorno che sarebbe partito, un grosso pacco che avrebbe riempito di tante piccole e grandi sorprese. Vittorio era stato così colpito da quella promessa che ogni tanto veniva a chiedere se quel pacco era pronto. E mio padre, un po’ perché s’era pentito di esser andato troppo in là con la promessa, un po’ perché aveva tante di quelle grane nel commercio svolto fra i venti di guerra, rinviava sempre la consegna. Una ragione però dalla sua l’aveva: “ Vittorio, e tu stai ancora qua. Il giorno prima di partire, vieni e il pacco è tutto tuo”. Ma il giorno non arrivava, e Vittorio, la testa fra le nuvole e desideroso di una grande sorpresa, era sempre in attesa di quanto promesso. Poi Vittorio non si vide più, e sapemmo che era partito all’improvviso. Papà allora preparò subito il pacco, forse Vittorio sarebbe tornato, ci teneva tanto ad averlo. Mio padre per lungo tempo ebbe un forte scrupolo per quel pacco non consegnato. In questi giorni ho saputo da una sorella, Franca, che Vittorio si trovò su una nave italiana piena di paglia e di cavalli. Un siluro nemico affondò il piroscafo, un maresciallo che s’era salvato disse che, prima, Vittorio s’era aggrappato ad una balla di paglia; poi era stato inghiottito dai flutti. Nel 1943, sul mar Egeo. Bari è medaglia d’oro soprattutto per la morte di tanti suoi innocenti figli.