Nel mio girovagare per scrivere un libro dedicato allo “ splendore” della natura in Italia – fu un grande editore che mi chiese di dar vita a quelle pagine- c’era anche Serra San Bruno, nel cuore della Calabria. Serra San Bruno ha grandi boschi che hanno il colore scuro delle foreste teutoniche ma sono illuminate dal caldo sole mediterraneo. Partendo da Taranto è da Soverato, sul Golfo di Squillace, che si sale verso l’interno, il mare scompare e appaiono i primi calanchi con un disegno incerto scavato dal vento marino. A mano a mano che i tornanti si snodano, la grande cupola verde delle Serre si fa più vicina, i castagni s’infittiscono e si è nel mare degli ontani, dei carpini neri, dei pioppi tremuli e soprattutto degli abeti bianchi dal legno ora tenero e leggero, ora più solido e nervoso. Ma chi mi doveva guidare per i segreti di questa natura abbagliante ma che pure ha le sue norme e le sue regole? Giunsi nel piccolo paese sul finir della sera, trovai un piccolo albergo a conduzione familiare e la giovane proprietaria mi assicurò che i Certosini, ch’erano nell’antica abbazia, potevano dire tutto quel che volessi sapere sulle Serre. Già, a Serra c‘era la grande Certosa fondata sul finir del Mille da San Bruno, il vescovo tedesco che, rinunziando al prestigio e al fasto di un gran vescovato e finanche della Curia romana, se ne venne a vivere far queste foreste dove fondò l’Ordine dei Certosini. In albergo mi dissero che, nel monastero, vivevano diciannove monaci, tutti stranieri: il priore era un francese, venuto da poco dalla Francia dov’è la casa madre dell’Ordine. Mi assicurarono che i monaci praticavano il silenzio e la preghiera. Vivevano, ognuno per conto suo, in piccole celle con il letto, il luogo del lavoro, il piccolo oratorio e il giardino da curare. E per tutto il santo giorno erano soli sospesi fra preci, lavoro e incanto della natura, il cibo servito attraverso una grata, le porte sbarrate. Alle 4,30 erano già in piedi per le preghiere. L’oro del riposo era alle 18, ma alle 22,30 già svegli per le preghiere che si protraevano sino alle due di notte. Due ore di riposo, poi- alle 4,30- in ginocchio. Già, recita un testo antico, le ore della notte sono quelle in cui il cuore antico dell’uomo più si apre a Dio. Il giorno dopo ero di fronte al portone- sprangato –dell’Abbazia, da una grata una voce mi chiese che volessi. Risposi che avevo bisogno di parlare con il padre priore. Non era possibile: ” Torni nel pomeriggio”. Il portone non s’aprì. Tornai nel pomeriggio, la voce della grata mi riconobbe e disse che il priore era impegnato, meglio tornare il giorno dopo. Rimasi lo stesso vicino alle alte mura che circondavano la vecchia Abbazia. Ogni quarto d’ora, il silenzio era rotto da un suono di campana.Già, era scandito il tempo del silenzio, della preghiera, del lavoro. Nell’albergo m’avevano raccontato che i diciannove frati uscivano solo una volta la settimana, tutti assieme, fra loro c’era un cinese. Apparivano festosi, si disperdevano per i boschi, erano gentili se incontravano gli abitanti; ma non andavano di là di un sorriso e di un saluto. Per i boschi coglievano fragole, piante, parlavano fra loro a coppia e a coppia se n’andavano fra gli alti e ombrosi fusti che hanno le stesse caratteristiche delle foreste del centro Europa. Una leggenda narra che quando San Bruno se ne venne nel profondo Sud, portò con sé un po’ di semi dei Pirenei e la foresta meridionale sarebbe nata da quei germogli venuti da lontano. Quando tornai in albergo, domandai all’albergatrice se fosse vero che c’era, fra i frati, un cinese. La signora sorrise, e aggiunse, con una certa malizia negli occhi, che non c’era solo il cinese. M’accorsi così che i locali non dicevano tutto quel che sapevano, o credevano di sapere, di quei monaci in solitudine, anche se notavo che avevano per loro un profondo rispetto. L’albergatrice aggiunse che le donne non potevano entrare in convento, solo agli uomini – in determinate ore- era permesso visitarlo. E’ davvero monumentale il complesso abbaziale con la chiesa grande, le cappelle, i resti monumentali dei tempi di San Bruno, i lunghi corridoi, i saloni, le numerose celle e il San Brunone statua tutta d’argento. La sera tornai ancora al convento e fu allora che lessi un avviso che sino a quel momento m’era sfuggito. Diceva il foglio affisso ad una parete: “ Nella Certosa non c’è il pilota di Hiroshima. Non disturbate la quiete del convento. Il pilota del bombardamento atomico non c’è “.Il pilota di Hiroshima? C’era veramente fra quei frati che pregavano in silenzio e in solitudine; e se n’andavano per i folti boschi della terra calabrese per trovare, nella natura, l’aiuto contro la sofferenza che c’è anche nella solitudine?
La cosa mi turbò: ero sempre un giornalista, la mia presenza poteva sembrarte solo caccia alla notizia. Cominciavo a convincermi che da quella fonte pur autorevole fonte non avrei potuto trarre notizie sulle foreste stupende della Calabria. Il giorno dopo tornai lo stesso alla porta sbarrata della Certosa.. Il monaco che sorvegliava dalla grata mi riconobbe e mi disse, con una certa allegria nella voce, che se avevo sempre l’intenzione di parlare con il Priore, ebbene era disponibile a ricevermi. Si aprì il gran portone di legno e il monaco della grata mi apparve alto, un bel viso, un rozzo saio bianco, sandali ai piedi, sicuramente era un piemontese, lo sentivo dal suo caldo accento.Ero entrato in un gran giardino silenzioso nel quale domina la bella facciata di un’imponente chiesa. In realtà è l’unico rudere della primitiva chiesa della Certosa distrutta da un terremoto. Poi entrammo in un lungo corridoio sul quale s’aprivano tante porte. Una era aperta e intravidi una meravigliosa cappella dominata da grandi stalli di legno. Era il luogo della preghiera comunitaria e per le comunicazioni importanti del Priore. Che all’improvviso mi apparve, bonario e sorridente, sulla porta del suo ufficio priorile, una bella sala adorna di quadri antichi illustranti vite dei santi anacoreti. Parlava con chiaro accento francese, mi disse che mi accoglieva in fraternità ma altrettanta fraternità si aspettava da me nei riguardi dei suoi fratelli in preghiera e al lavoro. Già, niente domande su quel frate che, secondo il loro avvertimento, non c’era in convento. Mi disse che il suo bibliotecario, padre Basilio, sapeva tutto sui boschi e mi sarebbe stato utile nel mio lavoro. Il monaco piemontese mi fece tornare di nuovo nel lungo corridoio. Attraversammo un gran chiostro, poi ancora un lungo corridoio che aveva grandi finestre chiuse da bianche vetrate. La cella cui eravamo diretti era proprio alla fine di quell’infinito budello. Era chiusa da una porta di legno scuro, sulla quale dominava un finestrino, sbarrato. Un silenzio immane continuava a dominare nella Certosa e m’accorgevo di essere affondato in grandi spazi. Rimase fermo per qualche minuto, il frate accompagnatore se n’era già andato. Mi decisi a bussare; dopo poco sentii rumori di catenaccio ed apparve padre Basilio altissimo, magro, il viso scavato, si muoveva drammaticamente zoppicando. Camminava appoggiandosi alle pareti della cella e mi sembrava affetto da chissà quale grave malattia. Lo sguardo era severo, quasi mi rimproverava – con gli occhi- di aver turbato le sue ore di lavoro e di preghiera. Il suo italiano sapeva di forti accenti tedeschi. L’impaccio durò a lungo, poi il frate diventò più cordiale, mi assicurò che, sapendo di boschi e avendo carte e memorie e libri, m’avrebbe parlato solo di foreste, e di foreste soltanto. Già, non si sarebbe aperto a parlare dei suoi fratelli. Mi fece vedere il suo letto, chiuso in una specie di alcova di legno, la stanza dove consumava i suoi pasti. “ Vede, la mia rozza tavola è accanto alla finestra: e di qui guardo gli alberi. Vede, noi viviamo, lavoriamo, preghiamo tuffati nel verde delle foglie e nell’azzurro del cielo. Anche quando c’è tempo cattivo, il fascino della natura non ci abbandona “. Fece una pausa, poi continuò. “ Lei sa da chi ha mutuato l’architetto Le Corbusier l’esposizione luminosa delle sue costruzioni? Dalle Certose. Noi viviamo la maggior parte del nostro tempo in solitudine, ma immersi nella natura. Noi preghiamo anche nella quiete della notte, ma quando usciamo dalla chiesa dopo le solitarie preghiere, la nostra stanchezza scompare. Perché siamo fra le montagne, i boschi, gli alberi, la neve, il vento, il sole…” Con il suo italiano venato di tedesco, aggiunse che ogni monaco aveva a sua disposizione un giardino, un giardino che doveva curare con le sue mani e la sua fantasia. “ Vedete il mio giardino? È incolto. C’è sterpaglia dappertutto. Io sono olandese e, da anni, mi ha colpito un male terribile; ma vivo ancora e mi sento miracolato, ma non ho le forze per curare il mio giardino”. Ci avvicinammo alla finestra e il suo piccolo campo appariva pieno di erbacce, di alberi non potati, di edere che si affacciavano alla finestra. Passammo poi a parlare dei bianchi abeti delle Serre calabresi e mi disse, padre Basilio, che era in corrispondenza con i Salesiani del Redentore di Bari che gli mandavano i libri da loro pubblicati. Parlavamo in tutta fraternità, ma non ebbi il coraggio di chiedergli chi fossero i diciotto confratelli stranieri che vivevano, in preghiera e in solitudine, nella Certosa di Serra San Bruno immersa in boschi che sanno di foresta nera illuminata dal sole mediterraneo.




