Archivio per Ottobre 2008

Un giorno, un viaggio, un atto di fraternità

Ottobre 30, 2008

Nel mio girovagare per scrivere un libro dedicato allo “ splendore” della natura in Italia – fu un grande editore che mi chiese di dar vita a quelle pagine- c’era anche Serra San Bruno, nel cuore della Calabria. Serra San Bruno ha grandi boschi che hanno il colore scuro delle foreste teutoniche ma sono illuminate dal caldo sole mediterraneo. Partendo da Taranto è da Soverato, sul Golfo di Squillace, che si sale verso l’interno, il mare scompare e appaiono i primi calanchi con un disegno incerto scavato dal vento marino. A mano a mano che i tornanti si snodano, la grande cupola verde delle Serre si fa più vicina, i castagni s’infittiscono e si è nel mare degli ontani, dei carpini neri, dei pioppi tremuli e soprattutto degli abeti bianchi dal legno ora tenero e leggero, ora più solido e nervoso. Ma chi mi doveva guidare per i segreti di questa natura abbagliante ma che pure ha le sue norme e le sue regole? Giunsi nel piccolo paese sul finir della sera, trovai un piccolo albergo a conduzione familiare e la giovane proprietaria mi assicurò che i Certosini, ch’erano nell’antica abbazia, potevano dire tutto quel che volessi sapere sulle Serre. Già, a Serra c‘era la grande Certosa fondata sul finir del Mille da San Bruno, il vescovo tedesco che, rinunziando al prestigio e al fasto di un gran vescovato e finanche della Curia romana, se ne venne a vivere far queste foreste dove fondò l’Ordine dei Certosini. In albergo mi dissero che, nel monastero, vivevano diciannove monaci, tutti stranieri: il priore era un francese, venuto da poco dalla Francia dov’è la casa madre dell’Ordine. Mi assicurarono che i monaci praticavano il silenzio e la preghiera. Vivevano, ognuno per conto suo, in piccole celle con il letto, il luogo del lavoro, il piccolo oratorio e il giardino da curare. E per tutto il santo giorno erano soli sospesi fra preci, lavoro e incanto della natura, il cibo servito attraverso una grata, le porte sbarrate. Alle 4,30 erano già in piedi per le preghiere. L’oro del riposo era alle 18, ma alle 22,30 già svegli per le preghiere che si protraevano sino alle due di notte. Due ore di riposo, poi- alle 4,30- in ginocchio. Già, recita un testo antico, le ore della notte sono quelle in cui il cuore antico dell’uomo più si apre a Dio. Il giorno dopo ero di fronte al portone- sprangato –dell’Abbazia, da una grata una voce mi chiese che volessi. Risposi che avevo bisogno di parlare con il padre priore. Non era possibile: ” Torni nel pomeriggio”. Il portone non s’aprì. Tornai nel pomeriggio, la voce della grata mi riconobbe e disse che il priore era impegnato, meglio tornare il giorno dopo. Rimasi lo stesso vicino alle alte mura che circondavano la vecchia Abbazia. Ogni quarto d’ora, il silenzio era rotto da un suono di campana.Già, era scandito il tempo del silenzio, della preghiera, del lavoro. Nell’albergo m’avevano raccontato che i diciannove frati uscivano solo una volta la settimana, tutti assieme, fra loro c’era un cinese. Apparivano festosi, si disperdevano per i boschi, erano gentili se incontravano gli abitanti; ma non andavano di là di un sorriso e di un saluto. Per i boschi coglievano fragole, piante, parlavano fra loro a coppia e a coppia se n’andavano fra gli alti e ombrosi fusti che hanno le stesse caratteristiche delle foreste del centro Europa. Una leggenda narra che quando San Bruno se ne venne nel profondo Sud, portò con sé un po’ di semi dei Pirenei e la foresta meridionale sarebbe nata da quei germogli venuti da lontano. Quando tornai in albergo, domandai all’albergatrice se fosse vero che c’era, fra i frati, un cinese. La signora sorrise, e aggiunse, con una certa malizia negli occhi, che non c’era solo il cinese. M’accorsi così che i locali non dicevano tutto quel che sapevano, o credevano di sapere, di quei monaci in solitudine, anche se notavo che avevano per loro un profondo rispetto. L’albergatrice aggiunse che le donne non potevano entrare in convento, solo agli uomini – in determinate ore- era permesso visitarlo. E’ davvero monumentale il complesso abbaziale con la chiesa grande, le cappelle, i resti monumentali dei tempi di San Bruno, i lunghi corridoi, i saloni, le numerose celle e il San Brunone statua tutta d’argento. La sera tornai ancora al convento e fu allora che lessi un avviso che sino a quel momento m’era sfuggito. Diceva il foglio affisso ad una parete: “ Nella Certosa non c’è il pilota di Hiroshima. Non disturbate la quiete del convento. Il pilota del bombardamento atomico non c’è “.Il pilota di Hiroshima? C’era veramente fra quei frati che pregavano in silenzio e in solitudine; e se n’andavano per i folti boschi della terra calabrese per trovare, nella natura, l’aiuto contro la sofferenza che c’è anche nella solitudine?

La cosa mi turbò: ero sempre un giornalista, la mia presenza poteva sembrarte solo caccia alla notizia. Cominciavo a convincermi che da quella fonte pur autorevole fonte non avrei potuto trarre notizie sulle foreste stupende della Calabria. Il giorno dopo tornai lo stesso alla porta sbarrata della Certosa.. Il monaco che sorvegliava dalla grata mi riconobbe e mi disse, con una certa allegria nella voce, che se avevo sempre l’intenzione di parlare con il Priore, ebbene era disponibile a ricevermi. Si aprì il gran portone di legno e il monaco della grata mi apparve alto, un bel viso, un rozzo saio bianco, sandali ai piedi, sicuramente era un piemontese, lo sentivo dal suo caldo accento.Ero entrato in un gran giardino silenzioso nel quale domina la bella facciata di un’imponente chiesa. In realtà è l’unico rudere della primitiva chiesa della Certosa distrutta da un terremoto. Poi entrammo in un lungo corridoio sul quale s’aprivano tante porte. Una era aperta e intravidi una meravigliosa cappella dominata da grandi stalli di legno. Era il luogo della preghiera comunitaria e per le comunicazioni importanti del Priore. Che all’improvviso mi apparve, bonario e sorridente, sulla porta del suo ufficio priorile, una bella sala adorna di quadri antichi illustranti vite dei santi anacoreti. Parlava con chiaro accento francese, mi disse che mi accoglieva in fraternità ma altrettanta fraternità si aspettava da me nei riguardi dei suoi fratelli in preghiera e al lavoro. Già, niente domande su quel frate che, secondo il loro avvertimento, non c’era in convento. Mi disse che il suo bibliotecario, padre Basilio, sapeva tutto sui boschi e mi sarebbe stato utile nel mio lavoro. Il monaco piemontese mi fece tornare di nuovo nel lungo corridoio. Attraversammo un gran chiostro, poi ancora un lungo corridoio che aveva grandi finestre chiuse da bianche vetrate. La cella cui eravamo diretti era proprio alla fine di quell’infinito budello. Era chiusa da una porta di legno scuro, sulla quale dominava un finestrino, sbarrato. Un silenzio immane continuava a dominare nella Certosa e m’accorgevo di essere affondato in grandi spazi. Rimase fermo per qualche minuto, il frate accompagnatore se n’era già andato. Mi decisi a bussare; dopo poco sentii rumori di catenaccio ed apparve padre Basilio altissimo, magro, il viso scavato, si muoveva drammaticamente zoppicando. Camminava appoggiandosi alle pareti della cella e mi sembrava affetto da chissà quale grave malattia. Lo sguardo era severo, quasi mi rimproverava – con gli occhi- di aver turbato le sue ore di lavoro e di preghiera. Il suo italiano sapeva di forti accenti tedeschi. L’impaccio durò a lungo, poi il frate diventò più cordiale, mi assicurò che, sapendo di boschi e avendo carte e memorie e libri, m’avrebbe parlato solo di foreste, e di foreste soltanto. Già, non si sarebbe aperto a parlare dei suoi fratelli. Mi fece vedere il suo letto, chiuso in una specie di alcova di legno, la stanza dove consumava i suoi pasti. “ Vede, la mia rozza tavola è accanto alla finestra: e di qui guardo gli alberi. Vede, noi viviamo, lavoriamo, preghiamo tuffati nel verde delle foglie e nell’azzurro del cielo. Anche quando c’è tempo cattivo, il fascino della natura non ci abbandona “. Fece una pausa, poi continuò. “ Lei sa da chi ha mutuato l’architetto Le Corbusier l’esposizione luminosa delle sue costruzioni? Dalle Certose. Noi viviamo la maggior parte del nostro tempo in solitudine, ma immersi nella natura. Noi preghiamo anche nella quiete della notte, ma quando usciamo dalla chiesa dopo le solitarie preghiere, la nostra stanchezza scompare. Perché siamo fra le montagne, i boschi, gli alberi, la neve, il vento, il sole…” Con il suo italiano venato di tedesco, aggiunse che ogni monaco aveva a sua disposizione un giardino, un giardino che doveva curare con le sue mani e la sua fantasia. “ Vedete il mio giardino? È incolto. C’è sterpaglia dappertutto. Io sono olandese e, da anni, mi ha colpito un male terribile; ma vivo ancora e mi sento miracolato, ma non ho le forze per curare il mio giardino”. Ci avvicinammo alla finestra e il suo piccolo campo appariva pieno di erbacce, di alberi non potati, di edere che si affacciavano alla finestra. Passammo poi a parlare dei bianchi abeti delle Serre calabresi e mi disse, padre Basilio, che era in corrispondenza con i Salesiani del Redentore di Bari che gli mandavano i libri da loro pubblicati. Parlavamo in tutta fraternità, ma non ebbi il coraggio di chiedergli chi fossero i diciotto confratelli stranieri che vivevano, in preghiera e in solitudine, nella Certosa di Serra San Bruno immersa in boschi che sanno di foresta nera illuminata dal sole mediterraneo.

Due grandi insegnanti: Candida e Ave Maria Stella

Ottobre 27, 2008

Venne, Candida Stella, insegnante di lettere nella nostra classe dell’Istituto Magistrale “ Bianchi Dottula”, nell’anno scolastico 1942-43. Era un periodo drammatico della nostra storia, di lì a poco gli Alleati sarebbero sbarcati in Sicilia: i razionamenti diventavano sempre più pesanti e, con la fame, dominava sovrano il timore dei bombardamenti aerei. Ma lei, la nostra insegnante di lettere, costituiva un autentico punto di riferimento.Le sue lezioni erano alte: letteratura ed esempi di vita ed un solido buon senso caratterizzavano le sue ore. Era gran maestra nella conversazione, un parlare a tutto tondo e fra l’altro privo d’accenti dialettali. Raccontava spesso di Torino dalla quale diceva di provenire. In realtà non riuscimmo mai a sapere qual era la terra d’origine, anche se qualcuno- molto tempo dopo- ci disse che il padre era stato bibliotecario del Convitto Cirillo. La mia generazione in realtà difficilmente ha avuto confidenze familiari e confessioni degli insegnanti, tanto era forte il dogma della “ privacy”. Un giorno c’invitò alla sua casa, in Corso della Vittoria. Un grande appartamento dell’Incis, pieno di quadri, con lei c’erano la vecchia madre, in uno scialle che partiva dalla testa come una bianca cuffia e poi l’avvolgeva in tutta la persona, e la sorella Ave Maria. Ave Maria Stella sarà poi anche lei docente di lettere e pubblicista di buona vena. Fu in realtà un incontro addio.

L’anno scolastico stava per finire, la maturità ci aspettava; e ci aspettava la guerra. Alcuni compagni avevano avuto già la cartolina precetto e lei, Candida Stella, attendeva il mese di giugno, per partire in villeggiatura, sulla riviera adriatica, a Pescara. Le scuole si chiusero e lei partì. Noi, i suoi allievi, le scrivevamo lunghe lettere, il dramma. bellico era sempre più vicino, tremendo. Poi. fu il settembre ‘43, e cadde un lungo silenzio. E loro, le Stella, dov’erano andate a finire? Lì, sulla costa adriatica, c’erano stati bombardamenti, passaggi di truppe, distruzioni di città. La vedemmo tornare quasi due anni dopo, ricordo che portava calzini corti in contrasto con le donne dell’epoca che calzavano solo lunghe calze.La sua casa di corso della Vittoria era stata requisita dagli Alleati e lei, la sorella Ave Maria e la vecchia madre, avevano trovato ospitalità in una camera affittata in via Murat. Erano addolorate, affermarono che n’avevano passate tante. Ci vedevamo, qualche volta; ma mai dicevano di come avevano passato quei due anni di guerra. Quando nel ‘45, Bologna fu liberata, la mia azienda m’inviò per una settimana in Emilia. Candida Stella lo seppe e mi pregò di andare a Castel San Pietro, presso una famiglia dove avevano lasciato libri e valigie. Andai a Castel San Pietro, nella famiglia di un calzolaio con bella ca¬setta su un fiume dov’erano state a lungo ospiti. Lì trovai valigie e libri. Lì seppi che le signorine Stella, con la madre, avevano seguito l’esercito tedesco. In qualità d’infermiere. Poi mi dissero, a pezzi e a bocconi, anche gli emiliani erano riservati, che Castel San Pietro era stata l’ultima tappa del loro viaggio al seguito delle truppe tedesche. Avevano curato malati e feriti, forse Ave Maria s’era innamorata di un pastore luterano. Molte volte erano state interpreti presso i tribunali tedeschi che giudicavano i “ribelli” italiani. Erano due donne piene d’umanità. Quando i Tedeschi piombavano nella casa del calzolaio di San Pietro per sequestrare cavalli e mucche e pecore che la famiglia possedeva, loro parlavano con i tedeschi, padrone com’erano della lingua, chiedevano delle loro famiglie, delle loro donne; e i tedeschi non facevano più razzia. Ma le Stella non raccontarono mai di quella loro esperienza. Quando tornarono nella loro casa in Corso della Vittoria, nel salone, in bella mostra, c’era la foto di una tomba tedesca ritagliata da un settimanale illustrato di Monaco di Baviera. Un ex compagno scuola, ci disse che quella era la tomba di un pastore luterano che avevano conosciuto durante la guerra. Una volta, durante una lezione su Dante, Candida Stella ci aveva detto che il peccato d’amore è quello che grida meno vendetta al cospetto del tribunale di Dio. Verso la fine degli anni Cinquanta, Candida e Ave Maria Stella fondarono il circolo culturale “ Il Leggio” che svolse un importante ruolo nella cultura barese. Le due amabili sorelle si spensero negli ultimi anni del secolo scorso, prima Candida e poi, qualche anno dopo, Ave Maria.

La nostra “posta”

Ottobre 26, 2008

Averla conosciuta personalmente mi ha reso davvero felice perche’ l’Amore per l’Arte, in tutte le varie espressioni, e’ linfa per la sua straordinaria bellezza d’animo. Mi creda l’Arte oggi e’ poco percepibile la si insegue svanisce o si scioglie come neve al sole . Incontrarla da speranza e fede

Luigi Belviso, operatore di ripresa.

Caro Luigi, questa tua mail mi ha commosso profondamente. Grazie delle parole che hai avuto per me, gratissimo dal profondo l’animo. Anche perchè le tue parole hanno interpretato quella riconoscenza che ho sentito per te quando sei venuto nella mia casa; e, con la tua telecamera, sei stato con attenzione fra le mie piccole cose, mi hai ripreso quand’ero al pc, un po’ intimidito, un po’ perchè temevo di infastidirti con le mie parole smozzicate e per le mia eterne gaffes. Tu invece sei stato per più di un’ora un amico di casa mia, con una partecipazione che ho sentito vivissima pur nei condizionamenti delle riprese e che testimoniava , pur nel silenzio ch’era predominante, la delicatezza e la gentilezza con cui hai voluto conoscere le mie cose.Grazie ancora, un abbraccio.Vito. P.S::per anni ho collaborato con operatori della radio e della televisione e l’incontro con te mi ha riportato ai miei antichi lavori e alla grande sensibilità – non sempre riconosciuta, ahimè.- che è alla base dei protagonisti della comunicazione. Ancora grato.

I miei sarti e un colpo di pistola e

Ottobre 26, 2008

I sarti del magazzino della “ mia” memoria? Beh, ce li ho anch’io, vivi, e chiari e indimenticabili. C’era il sarto Pierattini, in via Principe Amedeo. Nel vecchio palazzo che una volta sorgeva dove ,sino a qualche anno fa, c’era il caffè Esperia, “ fondato-avvertiva l’insegna- nel 1928 “. Pierattini se n’era andato prima a Milano, a fare il sarto naturalmente. L’aria però non gli piaceva, fece un po’ di soldi, se ne tornò e aprì il suo atelier nel centro murattiano. Aveva alle sue dipendenze alcuni lavoranti, fra i quali un gobbo. Non ricordo il nome. Ricordo i suoi capelli rossi, la pelle un po’ screpolata, lavorava sempre ben vestito, sempre in giacca, in camicia elegante, in cravatta; e, sotto, la bella gobba, portata con la stessa disinvoltura con cui si muoveva nel suo elegante vestito. La sua specialità era stirare. Non c’era nessuno che stirasse i nuovi vestiti con la sua accortezza, la sua abilità. Niente bruciature, la riga dei pantaloni “ a quel bel Dio biondo”, come una volta si diceva quando le cose erano fatte alla perfezione. Era tanto bravo nello stirare che, una volta settimana, noi che volevamo avere la piega “ comme il faut”- altro vezzo linguistico della gente che voleva darsi il “ bon ton” , tanto di moda di questi tempi- andavamo a farci stirare i calzoni dal simpatico lavorante di via principe Amedeo. Mezza lira la stiratura, si andava nell’atelier, si rimaneva un quarto d’oro in mutande- in uno sgabuzzino, accanto al water closet– e l’elegante gobbetto ti faceva una piega, ma una piega che tutti si sarebbero voltati a guardarla. Durava una settimana. Finita l’operazione , il dipendente portava con mani delicate il capo , anzi sembrava che lo tenesse, quasi per magia, sospeso in aria tanto era la delicatezza con la quale ce lo riportava, e quasi nuovo, nuovissimo, niente ombra del ginocchio, e soprattutto ben stirato; e con la stessa sapienza, ci aiutava ad infilarlo, tante grazie, subito la mezza lira intascata, ci vediamo sabato prossimo.

Un altro gran maestro sarto di quei tempi era Lorenzo Pisciotta, atelier- si fa per dire, un sottano- in via De Rossi, locale accanto al caffè di mio padre. Il sottano, leggermente in pendio tant’è che per il dislivello c’era una piccola predella di legno, aveva un bel parquet, le pareti piene di armadi con stoffe e vestiti e cappotti. Il maestro cuciva e scuciva, imbastiva, ovattava, imbottiva seduto naturalmente sul tavolo. L’ immagine che ho dei miei vecchi sarti è quel loro stare seduti sul lungo tavolo della bottega. Forse volevano essere più staccati dalla terra, forse volevano dominare dall’alto tutti i lavoranti che erano quasi ai loro piedi, quasi a spiare dalle sue mani i segreti del mestiere; e poi ,sul tavolo, c’erano squadre e metri e bottoni, e spilli e aghi, cesoie, bottoni, fodere, stoffe, tutto l’armamentario del mestiere a portata di mano. Passava così il maestro tutta la santa giornata nel suo atelier ma, trascorse le prime ore del mattino, un sottile profumo rivestiva lavoranti e vestiti e aghi e parquet. Dopo l’atelier, c’era la piccola abitazione del maestro Pisciotta, soltanto la camera da letto e la cucina. Rifatto il letto, e pulita la camera, la signora Pisciotta diventava la regina della cucina e,specialmente il martedì e il giovedì, preparava ragù e fritture e arrosti di antico sapore. Beh, non è che, nei giorni feriali, le nostre mense brillavano di molti piatti: solitamente ci si fermava al primo, pasta e fagioli, paste e lenticchie, e pane e vino. In certi giorni della settimana – a parte la domenica giorno del Signore e della magnificenza mangereccia- artigiani e commercianti non si negavano ai piaceri della buona tavola. Le cose cambiarono durante la guerra, ma anche questa è un’altra storia… A sera, quando nella sartoria regnava la quiete di fine giornata – ma il maestro un punto qua e là lo dava sempre ai capi che stava cucendo- metteva in funzione il suo grammofono a tromba, marca “ La voce del padrone”, con l’etichetta che riproduceva la tromba del marchingegno color verde pastello e un cane che con le sue orecchie appuntite ascoltava la voce del suo padrone. I dischi, a 78 giri si capisce, gracchiando gracchiando e con i toni striduli , spremevano vecchie romanze di famosi tenori. Il signor Pisciotta ad un certo punto metteva sul piatto del grammofono un disco – e dovevo essere davvero proprio piccolo se il ricordo rinnova nel cuore l’antica paura- , nel corso del quale ,dopo aver cantato e strepitato a lungo, il famoso tenore si tirava un colpo di rivoltella. Il colpo, dal disco, esplodeva ancora più pieno di strepitio e di frusci, e di un crac talmente lacerante che, per non udirlo, mi tappavo, inutilmente, le orecchie. Chissà che un vecchio amatore di cose antiche, o un colto critico musicale, non abbia a ricordare che romanza fosse quella nella quale il cantante concludeva la sua romanza suicidandosi. Avveniva che, nella stanza attutita dalle stoffe, dagli armadi, dai tanti vestiti e dai caldi cappotti, dal parquet del buon sarto Lorenzo Pisciotta, più che l’eco della belle voce e della calda musica, rimaneva nell’aria un secco, pauroso, reso ancora più impressionate dai fruscii dei vecchi dischi a 78 giri, colpo di rivoltella.

U cafè antiche

Ottobre 25, 2008

Questa è una foto del 1910. E’ il caffè di mio padre, ” Antico caffé” come annuncia la grande insegna. Fu fondato dal mio bisnonno nel 1861. Quel giorno che venne il fotografo, papà invitò tuti i clienti della strada a venire al caffè. La strada era via De Rossi. Fruttivendoli, salsamentieri- cioè i salumai-, cestai ( coloro che facevano i cesti), fruttivendoli, ragazzini, si piazzaroni dinnanzi al caffè. Di fronte, sulla strada, c’era un fotografo con un apparecchio posto su un treppiedi. Aveva un campanello. Quando lo faceva suoinare, tutti dovevao rimanere immmobili. per essere immortalati. Le persone che si vedono all’estremità non volevano essere fotografati. Erano ai lati per godersi a scena. Furoino fotografati lo stesso, a loro dispetto. Erano convinti che si fosse fotogtrafato , era destinato a morire quanto prima. Fra i ragazzi, c’è uno che ha un pappagallo in testa. Fra i liquori, la macchina espresso, gli specchi, i quadri delle imprese garibaldine, c’era ache un pappagallo vero, con il suo trespolo. Il ragazzo del pappagallo era un orfano, portava le ordinazioni fatte al caffè ai domicili. Quando arrivò a vent’anni mise su un modernissimo caffà in via Calefati, il Caffè Novecento. Poi gestì per lunghi anni il bar del cinema Galleria. Divenne ricco, ricchissimo, anche per via di un matrimonio con una donna facoltossa. Si chiamava Ciccillo.