Nel Trigesimo della scomparsa di Vito Maurogiovanni sarà celebrata una Messa venerdì 3 aprile alle ore 18:30 nella Cappella dell’Istituto Margherita, c.so Benedetto Croce nr. 267
Trigesimo di Vito Maurogiovanni
Aprile 2, 2009 di vitomaurogiovanniBari perde la sua voce più autentica e colta
Marzo 5, 2009 di vitomaurogiovanniBari perde la sua voce più autentica e colta
Si è spento Vito Maurogiovanni.
Una lunga lotta con il male, poi la fine: oggi in Comune la camera ardente
di Fortunata Dell’Orzo
Vito era nato il 27 dicembre del 1924, nel retrobottega del caffè di suo padre, quel luogo mitico che poi avrebbe cantato nel “Caffè Antico”. E’ andato via nella sua casa a Poggiofranco, con accanto i suoi affetti di sempre, la moglie le tre figlie e i nipoti.
Sempre affettuoso con me e con mia madre Nicoletta, di cui era stato collega nei lontani anni della SIP, sindacalista quando non c’era lo Statuto dei Lavoratori a proteggere gli attivisti dal licenziamento. Dalla natia Bari era dovuto “emigrare” per servizio in Lucania (nostra misteriosissima vicina, intrigante e bella come le sue donne).
Ma poi il lavoro d’ufficio l’aveva lasciato del tutto e si era immerso nelle sue vere passioni, un qualcosa che non ha trovato allievi, ma solo sciocchi emuli e interessati ususfruttuari, specie teatrali, dei suoi capolavori. Il dialetto di Vito era colore e passione carnale, intensa, fisica. La sua erre arrotata e inconfondibile, che molti baresi hanno loro malgrado e che invece conferisce al dialetto quel tocco di allure che lo riscatta dalla beceraggine (ecco perchè Nietta Tempesta è un’attrice e il tizio che fa Pupetta no), gli donava quel distacco e quella lontananza che trasformano la propria vita in arte.
Colto di una cultura vera, vissuta, sperimentata, bevuta, mangiata e digerita nel quotidiano. Vito narrava divinamente anche le povere minuzie di un popolo che spesso è folla, cresciuta alle periferie di ogni impero e spesso all’ombra mitizzata di un Vesuvio che in realtà non ci appartiene.
Gentiluomo, uomo, maschio passionale e perfetto, capace di amare di purissimo amore tutte le bellissime (e per lui lo eravamo tutte anche le ultraottantenni o le oversize come me) che incrociavano le sue vie. No Vito. Tu non te ne vai così. Ti sento parlare mentre scrivo di te. Ti sento ridere di cuore e cercare goloso un libro nello scaffale. Ti sento nelle tue pause dalle quali affioravano ricordi che tu facevi sbocciare d’eterna gloria e di sempiterno fulgore.
Tu che per vivere libero e al colmo della tua pienezza, hai preferito un apparente precariato alle comodità del “posto fisso e sicuro”. Tu che, fra le tantissime cose, mi hai insegnato a trovare arte, bellezza e cultura nelle mille voci di Bari che parlavano in te. No, Vito. Tu così non te ne puoi andare.
Vito Maurogiovanni
Marzo 5, 2009 di vitomaurogiovanniPoeta, scrittore e giornalista.
Ha lasciato per sempre la sua amata città.
Lo piangono Anna, il fratello Tonino, Cecè, Vivì e Jenny con Nico, Michele, Giorgio e gli adorati nipoti Giuseppe, Gianvito, Francesca e Annabella.
La camera ardente sarà allestita in mattinata nella sala Consiliare del Comune di Bari.
I nostri cognomi: Lobascio e Gattulli
Febbraio 27, 2009 di vitomaurogiovanni“SALVE. MI CHIAMO IRENE GATTULLI, NATA A MILANO DA GENITORI RUVESI. E’ POSSIBILE CONOSCERE QUALCOSA DEL COGNOME GATTULLI, E, MAGARI, ANCHE LOBASCIO, MIA MADRE?
GRAZIE MILLE
UN CARO SALUTO“
IRENE
Lobascio ha il suo punto di partenza in Bassi, a suo volta derivante dal cognomen latino d’origine reubblicana, Bassus. E’ semplice il riferimento a caratteristiche fisiche poi assunte nella formazione dei cognomi.Gattulli ha il suo punto di riferimento in Gatti,con le varianti Gatto, Gatta, La Gatta.Diffuso in tutta Italia, Gatti ha più alta frequenza in iguria e Piemonte. Per il Sud dominano Gatti, Lo Gatto, Gattulli e Gattuso.Origine e caraTteriale: qualcuno che avesse agilità, flessuosità
Lo svizzero in Puglia
Febbraio 7, 2009 di vitomaurogiovanniNel 1843 giunse in Puglia lo svizzero Johann Jakob Bachofen, professore di Diritto romano all’Università di Basilea. Lo svizzero era innamorato del profondo sud. Andò così a Roma e poi, per due volte, in Grecia, alla ricerca di antiche tracce storiche. Nel 1843 è su una nave salpata da Venezia. E così, mentre è affacciato sul ponte – s’era da poco levato dal suo letto nella cabina per il mar di mare- vede apparire le nostre coste; ed ecco quel che vede dalla sua nave: “… era già visibile il tratto costiero da Rodi fino a Vieste, in Puglia…Sono le tre. Il sole è caldo, sì che bisogna cercar l’ombra”. Fa caldo, dunque, sul lento veliero; ma il professore rimane a lungo a guardare la costa, il golfo di Manfredonia: e poi Barletta, e Trani e Molfetta. Al tramonto è nelle vicinanze di Bari, e così vede il litorale: “…siamo già nelle vicinanze di Bari. Le colline basse della costa sono avvolte da quella leggera bruma che rende così affascinante il punto di passaggio dall’acqua alla terra. Continuo intanto ad inseguire con lo sguardo il sole calante, che all’ora del tramonto risplende nella maniera più fulgida. Un simbolo della propria anima! Il suo morire, nel procurare sollievo, continua a diffondere uno splendore meraviglioso lasciando scorgere ancora per lungo tempo il suo corso”. Il paesaggio barese dà dunque all’autore un alto momento di poesia. Poesia e paesaggio barese: non sono temi ricorrenti nella letteratura del passato e soprattutto del presente. Eppure ci sono eccezioni. La nave del nostro svizzero procede intanto verso Brindisi. Ma rimane deluso. Dice che :…lontano le case hanno una bella presenza, ma viste da vicino si rivelano come costruzioni insignificanti, di colore giallognolo, dai tetti bassi e completamente piatti. Strade irregolari, leggermente in salita, pavimentate con chianche quadrate, portano all’interno della città. La sporcizia e il disordine ricordano notevolmente l’impronta napoletana. La città sembra quasi abbandonata. I suoi palazzi di tempi più antichi, veramente ben costruiti persino belli, sono in rovina e quasi disabitati. A parte pochi gentiluomini, che attraversano furtivamente le strade, s’incontra soltanto un popolino di mendicanti, volgare e misero. Tutti portano segnata sulle loro facce giallo-sporche l’aria della febbre. “ Evidentemente allude alla malaria, morbo diffuso nel passato. Torna poi a rifare il viaggio e decide di fermarsi a Bari, dove le sue impressioni appaiono diverse. Trova che:”…è una città popolosa ed alacre di commercio, con due belle chiese del miglior periodo gotico, il bel corso Ferdinando , numerosi monasteri e l’albergo Vito di Dio”. Grande gloria per Bari, dunque. C’è un bellissimo albergo, importante come le due chiese- forse la Cattedrale e San Nicola- e il corso Ferdinando, l’attuale corso Vittorio Emanuele. Così scrisse di noi il professore elvetico nell’anno di grazia 1851…