Storia di un settimanale cinematografico: Film

Nel 1967- era un mite settembre carico di una bell’estate che lentamente se ne moriva- ci fu a Milano Marittima un’’edizione del “Premio Italia”, la manifestazione della Rai con le più interessanti produzioni radiofoniche e televisive prodotte nel mondo. C’erano critici televisivi provenienti da quasi tutte le nazioni partecipanti e le proiezioni, e le audizioni, si svolgevano in un grande albergo, sospeso tra mare e pinete e lunghe spiagge. Milano Marittima, era la fine della stagione estiva, appariva deserta, gli ombrelloni chiusi sulla riva, i viali deserti, i negozi quasi tutti senza la policroma clientela della lunga estate. L’unico luogo pieno di vita era l’albergo e tutte le sale e i saloni erano occupati da grandi televisori e da registratori che trasmettevano i programmi di tutto il mondo per l’attenzione, e anche per la lunga noia, degli inviati speciali di diversi Paesi. Gli unici punti dove liberarsi da tanta grazia, televisiva e radiofonica, era il bellissimo bar e il gran giardino, pieno di pini e rinfrescato da piccole fontane. Fra i critici televisivi italiani presenti a quelle giornate, c’era Mino Doletti che da anni redigeva lunghe recensioni per il quotidiano “ Il Tempo” di Roma, fondato all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale dal giornalista lucano Renato Angiolillo. Doletti per me aveva però un altro fascino. Aveva diretto quel che era stato- negli anni Trenta e Quaranta- il più famoso settimanale italiano di cinema, teatro e radio. “ Film”, questa era la testata dell’ebdomadario, fu, per le generazioni che in quel tempo s’interessavano a vario titolo dello spettacolo, un importante punto di riferimento. Ancora nel 1967 ricordavo i nomi dei letterati, dei critici, degli scrittori, dei registi che scrivevano su “ Film” che, se pubblicava notizie e grandi foto del mondo dello spettacolo, pure apriva le sue pagine ad interessanti dibattiti, a servizi affabulanti per il contenuto, alle cronache dei più importanti eventi spettacolari. Apparivano, in quelle gran di pagine che proponevano fotografie di divi del momento con un gran gusto estetico, firme di rilievo. C’erano, fra gli altri, Anton Giulio Bragaglia, Santi Savarino- nel dopoguerra sapremo che era massone e antifascista-, Eugenio Ferdinando Palmieri, Ugo Ojetti, gran pontefice del “ Corriere della Sera”, Alberto Consiglio, la poetessa Ada Negri, lo scrittore austriaco Stefan Zweig, Angiolo Silvio Novaro, Giovanni Mosca, Nino Guareschi, Luigi Chiarelli, Cesare Vico Lodovici, Massimo Bontempelli, Giuseppe Marotta. Peppino Marotta, scrittore di un certo successo nel dopoguerra e che vedrà alcuni suoi libri sceneggiati per la cinematografia, dedicava un paio di grandi pagine alla corrispondenza con i lettori. L’occasione era propizia per infilare brevi e sapidi racconti pieni di una Napoli di scugnizzi, di morti di fame, di poeti, di cantanti, di scrittori in cerca di uno straccio di critica letteraria. E di madri lavandaie, alla continua ricerca di un piatto di pasta e fagioli e di un impiego per i figli annidati nelle tane delle viuzze della “ spaccanapoli”. Doletti mi parlava di tutte queste cose, fra l ‘altro avevo un ricordo vivissimo di quei servizi , ma prendevo lo stesso appunti, ampliavo le mie conoscenze e tutte quelle annotazioni ora mi servono per parlare di quel settimanale che tanta parte ebbe nel mondo della comunicazione cine-teatrale degli anni Trenta e Quaranta. Il primo numero dell’ebdomadario apparve il 29 gennaio 1938, anno XVI dell’era fascista, come allora si usava datare ogni giorno che Dio ci concedeva di vivere in questo mondo. Era di sedici pagine di gran formato, costava una lira e una manchette avvertiva “ si pubblica a Roma ogni sabato in sedici o dodici pagine, ed è stampato dall’Istituto Romano di Arti Grafiche di Tumminelli”. In prima pagina l ‘articolo di fondo era di Vittorio Mussolini, il figlio del Duce che era magna pars anche di un’altra rivista cinematografica, “ Cinema”, in realtà a carattere meno divulgativo e con articoli in cui lo sfondo fascista prestava più attenzione agli argomenti culturali. Nel fondo di “ Film”, Vittorio Mussolini parlò della moda cinematografica del tempo, anzi del tifo cinematografico cercando di fare un’analisi che oggi diremmo nazional-popolare. . “E’ il male di moda,- scrisse fra l’altro l’articolista-, neppure a Hollywood si parla tanto di cinema quanto nel meno chiacchierato dei salotti o nel meno pettegolo gruppo d’amici. Ha il pregio di non essere un tifo da “ snob” anche se le aspirazioni del giovane garzone di negozio si sono trasmessi alla nobiltà , anzi ora penetra in tutti i ceti, in ogni caso portando lo scompiglio in quiete famiglie borghesi”. Dopo quest’analisi diciamo sociologica, il fondista attacca i letterati, anzi i “ letteratucoli” i quali, scrive l ‘articolista, “…vogliono fare cinema e per raggiungere questa meta non esitano a mettere sossopra il mondo romano- “ Il cinema di quei tempi metteva così in subbuglio giovani garzoni, i salotti buoni, i nobili e finanche i letterati. Già, cinema, che passione…

Viaggio nel mondo cinematografico del tempo

Negli anni Trenta e Quaranta, il settimanale “ Film” era il grande strumento d’informazione per le generazioni che s’interessavano dello spettacolo italiano e anche per i giovani “ patiti” del cinema che, accanto alla notizia, volevano approfondire i contenuti della nuova arte. Ma com’era la situazione cinematografica del tempo anche in relazione all’interesse dispiegato dalle due importantissime riviste italiane? La produzione cinematografica del nostro Paese, che negli anni Venti- all’avvento del fascismo- non aveva superato il 25 film l’anno, vide la sua produzione, nel 1940, salire a 70 film annuali. Nel ’41 segna quota 90 e, nel 1941, la produzione,sempre annuale, è di 191 pellicole. Certo, c’era l’appoggio del fascismo che vedeva nel cinema la “ nuova e più forte arma” per la diffusione delle sue idee, con la compiacenza dei cinematografari affamati di creatività e della produzione cinematografica speranzosa di allargare i suoi circuiti . Dalle pagine del settimanale si possono ricavare anche alcune interessanti cifre sul fenomeno cinematografo: “ 52025 sono le persone che traggono in Italia le loro ragioni di vita dall’industria e dal commercio del film. 300 milioni costituiscono il capitale investito in Italia in tale industria e commercio ; 500 milioni rappresentano la somma in danaro che ogni anno gli italiani spendono per andare al cinematografo. 71 milioni sono stati investiti nella produzione di film della stagione 1937-38”. La sospirata vittoria fra l’altro della guerra in corso faceva anche sperare che avremmo potuto gestire le infinite sale cinematografiche nei Paesi occupati con il primato della nostra cinematografia. Se questa era la discutibile posizione ideologico-politica predominante, nei teatri di posa
, accanto alla vecchia guardia dei registi aderenti al regime, faceva la sua comparsa una nuova generazione, imbevuta di cinema sovietico e ancor di più della recente scuola francese presentata in Italia, con gran preoccupazione delle autorità totalitarie ma anche con grand’attenzione da parte del nostro pubblico. Sugli schermi apparivano difatti i film di Carné, di Julien Duvivier, di Renèe Clair, di Jean Renoir. Se pesco nel magazzino della memoria, trovo che – in quegli anni- vidi al teatro Petruzzelli, che era anche una sala cinematografica per film di prima visione, il famoso “ Il bandito della Casbah” con Jean Gabin che moriva con una coltellata sul porto assolato dell’Africa. E negli occhi la visione di Parigi lontana e la sua amante sulla tolda della nave che metteva le mani sulle orecchie. Spaventata dall’improvviso ululare della sirena del piroscafo in partenza per l’Europa, o atterrita dall’ultimo grido del suo amante ora rimasto per sempre nella terra che voleva lasciare per tornare a Parigi, Parigi, Parigi? Nello stesso momento, Pepè le Moko, il famigerato bandito della Casbah, gridava il suo nome ma tutto moriva nel vento, nella morte e nell’ululato disperato della nave che ora levava le ancore per Parigi lontana.
Sotto quest’influenza d’oltralpe, e sopratutto ispirandosi a “ La bête humaine” di Jean Renoir, Luchino Visconti darà vita con il film “ Ossessione “ (1942-43) a un nuovo stile cinematografico chiaramente ispirato al naturalismo francese e con l’intento di arginare la facile commedia dei “ telefoni bianchi” rifacendosi alla realtà contemporanea e servendosi nello stesso tempo del romanzo americano di James Cain “ Il postino suona sempre due volte”. Ma non sono questi i problemi che , al suo apparire, il settimanale “ Film” si poneva. Il cinema, considerato dal regime un grandioso strumento di propaganda, si allineava a tal esigenza. Nel primo numero difatti Mino Doletti, in un articolo intitolato “ Orizzonte trovato”, e forse il titolo voleva essere in contraddizione con il film americano di quei tempi “ Orizzonte perduto” dell’italo-americano Frank Capra , propone di girare un film sull’Impero italiano da poco tempo riapparso sui colli fatali di Roma. Scrive Doletti, rifacendosi al clima bellico dei tempi: “ Ci siamo lasciati scappare la grande guerra; ci siamo lasciati scappare la rivoluzione; ci lasceremo scappare certamente anche la Spagna . Cerchiamo almeno di non lasciarci scappare la conquista dell’Impero. Dico la conquista dell’Impero nel senso di fare un grande film non della guerra ma della pace. Un grande film western (di quegli ariosi, possenti western americani che hanno cantato per tanti anni alla nostra fantasia la loro storia bella e avventurosa”).
Erano tempi di totalitarismo, di xenofobia, di autarchia. Tutto doveva essere italiano, dai liquori al caffè ai film agli attori ai registi. Ma una grande ispirazione americana, come appunto il film western, riusciva a giocare la sua parte, così come il naturalismo cinematografico francese, anche negli organi di stampa controllati dal regime. Su un argomento nazionalista per eccellenza: l’Impero.

Il cinema e il mondo della cultura

Il settimanale “ Film”, dunque, il grande settimanale che i lettori italiani attendevano con interesse e anche con spirito critico soprattutto da parte dei giovani degli anni Trenta e Quaranta che guardavano con occhio critico al fenomeno dello spettacolo. In quel tempo anzi si discuteva animatamene- animatamente? sulle poche riviste pubblicate ma anche nell’ambito degli incontri culturali che, in accordo con le scuole, il regime curava con molta attenzione-, si discuteva se il cinema fosse arte o no. L’intenzione era di dare, soprattutto al cinema, un ruolo primario di propaganda. In realtà avveniva che lo strumento venisse un po’ smontato per capire in realtà che cosa fosse nei riguardi della cultura, delle grandi masse che accorrevano alle proiezioni, del suo ruolo nei confronti dei canoni estetici che finiva con lo sfiorare o con l’esserne addirittura coinvolgente espressione. Mino Doletti si pose anche lui questi interrogativi, anche se, ben inserito nell’organizzazione del regime, cercava di avvicinare i diversi soggetti della cultura nazionale nella convinzione di trarre valide testimonianze nel progetto abilmente propagandistico dei padroni del vapore del tempo. Nel disegno di raccogliere dichiarazioni per dare una consistenza anche estetica al fenomeno cinematografico, avvicina uomini di punta della cultura del tempo e rivolge la fatidica domanda. “ Che cos’è il cinema? Un pensiero, un giudizio, un’idea”. Il primo a rispondere è Ugo Ojetti (1871-1946), Accademico d’Italia, scrittore, giornalista, addirittura Direttore de “ Il Corriere della Sera”. Ojetti afferma che non ha il tempo per andarsene al cinematografo e, quando ci va, attende spasmodicamente l’apparizione della sequenza “ Fine” per filarsela, alla chetichella, approfittando anche della penombra della sala. Ha però una sua opinione ed ecco come la pubblica sul settimanale: “ …mi colpisce il film grosso e inverosimile. Mi rammenta i drammoni popolari ora tonanti ora flautati che quand’ero giovane vedevo al vecchio Manzoni di Roma. A quelle grosse trame io ridevo, quelli del loggione piangevano. Adesso, sugli stessi casi e strazi e sorprese, piangono tutti d’ogni ordine e ceto con una tenerezza più difficile e un ritegno più elastico. Certo, un gusto più facile e corrivo”. Sembrano allusioni ad un cinema diventato oramai, a dirla con il linguaggio d’oggi, nazional-popolare, forse la televisione dei nostri tempi.
Un giudizio estetico spunta nella sua dichiarazione, anche se codesto fatto artistico lo sistema come “ arte meccanica”. Che, a suo dire, è la bellezza di talune fotografie, la sapienza di talune inquadrature, la finezza di taluni giochi di bianco su grigio e su nero; di nero su bianco e su grigio, per bilico di toni e per finezza di passaggi degni d’acquafortisti maestri”. Beh, ne viene bene, il cinema, forse è già arte. Forse l ‘argomento- è arte o no?- va riproposto anche ai giorni nostri di fronte al film realizzato esclusivamente con grandi effetti spettacolari. Quando all’illustre intellettuale gli domandano quali siano i film che più lo hanno colpito, risponde deciso: “ Squadrone bianco” e “ Sentinelle di bronzo”. I giudizi estetici muoiono. Furono due film- Dio mio, ben realizzati- ma grandi esaltazioni del militarismo e dei prossimi venti di guerra. D’altra parte anche l’America e la Gran Bretagna preparavano film di guerra in contrapposizione alle produzioni belliche italiane e tedesche. La retorica del tempo voleva però l’esaltazione del clima bellico. Anche Ugo Ojetti non sfugge ai tempi, ma non appena si parla del cinema straniero rivela la sua natura di raffinato intellettuale. Dice infatti che i migliori film venuti dall’estero sono “ La Kermesse héröique” di Jacques Feyder, girato in Francia nel 1936 , un fastoso affresco di una cittadina della Fiandra dove dominava anche un certo spirito gotico; e “ La grande illusion” (regia di Jean Renoir,1937) dove affiorava- nell’incontro tra l’alto ufficiale tedesco e quello francese- un chiaro spirito di classe, con l’illusione che le alte sfere militari avrebbero un giorno trovato il senso della fraternità. Pochi mesi dopo la proiezione del film fu proibita dalla censura italiana e tedesca. In Italia riuscimmo a vederlo solo nel 1946.

Troppi i cinematografi…

L’inchiesta sul rapporto cinema-intellettuali si allarga. Dopo il Direttore del “Corriere della Sera “ , viene intervistata sul settimanale una poetessa allora molto nota, Ada Negri (1870-1945). La domanda rivolta è molto semplice. Alla poetessa si chiede un pensiero, un’idea, un giudizio sul cinema del tempo. E la poetessa svolge subito il suo tema. Dice. “ Debbo subito dichiarare, per levarmi il peso dalla coscienza, che abbiamo troppi cinematografi, con troppi film di carattere poliziesco e di soggetto melodrammatico-sentimentale o operistico. La possibilità, concessa dai bassi prezzi al popolo, fa dei film di cui parlo un costante pericolo, specie per i giovani e per i ragazzi. Alludo soprattutto ai drammi della malavita e agli spettacoli “ gialli”.Bisogna lavorare a fondo per far piazza pulita e condurre l’arte cinematografica alla sua più alta espressione poetica e magica”. Ada Negri si rivolge poi alle nuove generazioni con l’affermare che: “…tocca ai giovani innamorati di quest’arte meravigliosa di far questo. Al loro fuoco essa deve purificarsi, perfezionarsi al punto da divenire educativa, non già nel senso pedagogico. Ma come lo può essere un canto del Leopardi o una tragedia di Eschilo, bellezza assoluta”.
Fra gli intervistati appare, curiosamente, il commediografo-romanziere austriaco Stefan Zweig (1881-1941). L’austriaco era ebreo, le leggi razziali stavano già condizionando il nostro Paese. Zweig, è noto, arrivò a Rio de Janeiro, profugo dalla Patria, e se ne morirà nell’America lontana. Evidentemente in quel tempo, nella attesa della partenza, aveva preso contatti con gli ambienti intellettuali romani dove non aveva ancora preso piede la furente azione antisemitica. Mino Doletti ad ogni modo intervista Stefan Zweig e le sue dichiarazioni vengono pubblicate in bell’evidenza. “ Amo il cinema- scrive lo scrittore- soprattutto laddove vuole essere un’arte per se stesso, senza tentare la concorrenza al teatro o al romanzo o alla rievocazione storica.Appunto perché il cinematografo è in certo modo fuori dello spazio, non è orchestra, né palcoscenico, né strumento, né libro, appunto perché non possiede alcuna sostanza concreta. Esso non vuol essere altro che un’ombra fluente, si assimila specialmente al sogno. Ne ha tutte le caratteristiche: la velocità e l’eccessività, il rapido mutare del luogo e dell’azione; e, tutt’attorno, l’oscurità che ne circonda e ravviluppa l’immagine”. Le sue conclusioni appaiono di vivo interesse, prefigurando una posizione contro il neo-realismo che, di lì a qualche anno, prenderà piede nella moderna cinematografia e forse anticipando quelle che saranno, negli anni avvenire, le intuizioni di Federico Fellini e, su altra sponda, di Ingmar Bergman.
“ Il mio pensiero- questa la dichiarazione di Zweig- è che il cinematografo non raggiungerà mai la sua più alta perfezione nelle forme realistiche, bensì nel regno del fantastico, del grottesco, dell’antilogico e dell’assurdo”.
Sull’argomento intervenne anche il delicato poeta Angiolo Silvio Novaro (1868-1938), le cui poesie riempivano tutti i libri, anzi i sussidiari, delle scuole elementari e medie dei tempi passati. Il poeta, diventato anche Accademico d’Italia, aveva una vena fresca e felice, i mesi, le stagioni, le pioggerelline, le viole erano al centro della sua attenzione; ma era attento anche alla cinematografia, anche se non era un gran frequentatore di cinematografo. A “ Film” difatti dichiarò:”…in verità, dei dodici mesi dell’anno, soli quattro o cinque io li vivo in una metropoli …e mi tocca litigare col tempo per metter piede in una sala cinematografica”. Poi se la prende con il doppiaggio e fornisce una testimonianza su un famoso film di quei tempi, “ L’uomo di Aran” , “Man of Aran” (1932-1934) di Robert J.Flaherty, il regista americano di origine irlandese che era sta cacciatore, esploratore, mineralogista nel selvaggio Canada del nord. Ebbe a dire, il delicato poeta italiano. “…confermo una mia particolare avversione al . Non dimenticherò mai un celebre film che si svolgeva in un’isola del mare irlandese, dove infuriava una, nella sua selvaggia grandiosità, bellissima burrasca. V’erano pescatori in una scialuppa lottanti con la rabbia dei marosi, mentre altri da terra tentavano d’aiutare l’approdo. Ma le parole urlate nel vento erano quali potevano uscire dalla bocca dei più gentili contadini di Val di Mugello”.

La musica nel film

Era grande il fascino che il settimanale “ Film”, soprattutto per le sue grandi inchieste, suscitava nei lettori delle sue pagine. Nel 1938, ai primordi cioè della sua apparizione, svolse un ampio dibattito sulla musica del film. Era tempo, l’abbiamo già detto, dei grandi problemi cinematografici: era il cinema un’arte e qual era il suo rapporto con il teatro? E la musica, la sua colonna sonora, quale relazione stabiliva con il film e quali erano i fili sottili tra soggetto, sceneggiatura e il suo commento sonoro? Su quest’ultimo commento intervennero molti musicisti. Fra questi ultimi Mario Labroca (1896-1973), che, allievo dei compositori Respighi e Malipiero, fu Sovrintendente del teatro Comunale di Firenze, direttore artistico del Festival internazionale di musica contemporanea di Venezia e della Scala di Milano, dirigente della RAI-TV e autore di lavori teatrali, strumentali e vocali. Labroca appare drastico. Le colonne sonore dei film di tutto il mondo erano modeste. “ Quasi sempre- dichiarò il musicista- la musica non è che un elemento decorativo del film: essa s’inserisce quando gli attori non parlano, con la pretesa di creare uno sfondo all’ambiente, un’atmosfera all’episodio. Qualche volta la musica è anche personaggio del film, ma personaggio secondario, il mezzo cioè per far ballare, per far cantare, per far gestire qualche personaggio. Ma quasi mai la musica diventa essa stessa personaggio del dramma fino ad accrescerne la potenza”. Labroca se la prende con i registi i quali spesso non comprendono “ quale insegnamenti preziosi possono fornire i musicisti per quella che è l’anima della composizione cinematografica, cioè il ritmo”. Forse per risolvere questo contrasto, Labroca avanza una proposta concreta.
“ Io proporrei allora un serio accordo tra produttori e musicisti. Solo così verrà fuori qualche film che, invece di apparirci come il prodotto di una moda, apparirà quale un’opera d’arte capace di vivere a lungo, indipendentemente dal modo di vestire degli attori, dei nuovi procedimenti della ripresa, dai nuovi sistemi di trucco, dai nuovi esperimenti della tecnica”.Severissimo fu Alfredo Casella (1883- 1947), musicista di fama mondiale, a lungo vissuto all’estero e docente dei conservatori musicali di Parigi e di Roma. “ Mi riesce difficile ammettere- dichiarò Casella- che sia “ arte” vera una rappresentazione che si vale di un mezzo materiale neceSsariamente temporaneo e che sarà un prossimo giorno sostituito da qualche altra realizzazione scientifica più perfetta…” Il cinema insomma non è arte di conseguenza anche la musica… Il pur insigne musicista però si affretta a precisare che. “ nessun o più di me riconosce l’enorme importanza che ha oggi il cinematografo nella vita contemporanea, sia come mezzo documentario, sia come strumento di educazione culturale e anche morale, sia come arma politica , sia infine come organo di propaganda di idee destinante alle masse “. Il cinema insomma come l’arma più forte. L’anno dopo (1939) comporrà, Alfredo Casella, una “ Sinfonia” per grande orchestra. Nel 1944 invece la Missa solemnis pro pace . Sul rapporto cinema- colonna sonora parlò anche il m°Franco Alfano (1876- 1954) il musicista napoletano che fu anche direttore dei conservatori di Bologna, Torino e Pesaro. Fecondo e raffinato compositore di musica teatrale, sinfonica e da camera, a lui si deve il completamento dell’opera Turandot, opera postuma di Giacomo Puccini. Dichiarò Franco Alfano: “ Il cinema mi è stato caro sin da quando si chiamava “ American Biograph”. Ero, allora, un giovanotto e abitavo a Parigi. Ricordo anzi che, in certi “ Music-halls”, attori specializzati rappresentavano “ numeri “ amatoriali, appunto l’” American Biograph”. E aggiunge:” Amavo il cinematografo perché esso è la vita in tutta la sua dinamica interezza, è la natura schietta con i suoi mirabili e orridi quadri, con i suoi drammi e le sue poesie”. Sulla sua musica è piuttosto cauto. “ Non credo- avverte- alla indispensabilità di un commento musicale, a meno che esso non si contenti di essere un’atmosfera, uno sfondo sonoro che non disturbi l’attenzione dello spettatore”. Insomma negli Anni Trenta la musica dei film era…un’altra.
Ai giorni nostri,2007, Ennio Morricone, autore di 470 colonne sonore, riceve il prestigioso premio Oscar per la musica e ,ai giornali, offre la sua opinione sul rapporto film- musica. Parte dal film “ Mission” (1986) , regista Roland Joffè , colonna sonora sua. Nell’opera, ambientata nel 1750, ci sono i gesuiti che fondano una missione nell’America del sud. Un gesuita suona l’oboe e porta con sé il progresso della musica strumentale del Rinascimento. I gesuiti portano con loro anche la musica liturgica uscita dal Concilio di Trento alla fine del Quattrocento, mentre nella terra della missione domina la musica etnica. Morricone puntò allora alto: fuse in tre profondi temi la musica rinascimentale , quella liturgica resa forte dai mottetti di Palestrina e la musica etnica. Tre idee geniali in un film di grande genialità. La colonna sonora volò alta con l’altezza contenutistica del film.

In morte di Gabriele D’Annunzio

Il I marzo 1938 muore a Gardone il poeta Gabriele D’Annunzio . La posizione dell’Immaginifico nei riguardi del regime è delineata nel “ Diario” di Galeazzo Ciano alla data del 2 marzo 1938. Scrisse il genero di Benito Mussolini: “…non posso dire che il Duce fosse molto commosso. Trovava che la sorte di D’Annunzio era stata invidiabile dopo una vita gloriosa ed eroica, una morte fulminea ad un’età che si può considerare limite…Di D’Annunzio, il Duce ha esaltato l’azione bellica e politica, la poesia eroica e qualche cosa di teatro, ma ha criticato i romanzi che considera documenti gravosi dell’Ottocento. Ha detto che nei confronti del regime si è portato sostanzialmente bene se pure non ha mai fatto- nei primi sette, otto anni- adesione aperta”. La morte di d’Annunzio fu registrata, con ampio risalto, da tutta la stampa nazionale. Al coro si unì anche “ Film” ma soprattutto per i legami che il poeta aveva avuto con il cinema.E’ noto che egli ebbe a firmare la sceneggiatura del famoso film “ Cabiria” (1913), del regista Giovanni Pastrone , autore in realtà anche del testo con lo pseudonimo di Piero Fosco. Un prestigioso storico, Georges Sadoul, vuole che, per ragioni di notorietà, all’impresa fu associato il nome prestigioso di D’Annunzio. In quegli anni il poeta viveva a Parigi per sfuggire ai suoi creditori e mietere nello stesso tempo la gloria letteraria. Per cinquantamila lire acconsentì di apparire nella sceneggiatura, limitandosi a battezzare con nomi antichi gli eroi di questa avventura romano-cartaginese. “ Cabiria” è in ogni modo un punto fermo nella storia della cinematografia. Per la prima volta il film scopre il fasto scenico e lo propone non più con false e decorative tele ma “ con scenografie ornate e ricoperte di stucco, d’imponente grandezza,e i pavimenti rivestiti con lastre di vetro dipinte e lucenti a specchio. Statue colossali e migliaia di accessori scenici e di mobili vennero fabbricati espressamente con un costo che superò largamente il milione di lire, somma che non era stata mai ancora raggiunta da nessun film”.
“ Cabiria “ segnò, alla vigilia della Prima guerra mondiale, il trionfo cinematografico italiano in un genere che poi Hollywood riuscì a sfruttare per suo conto, quello del film spettacolare. E il nome di D’annunzio risultò legato al successo arriso alla grande produzione italiana. La sua morte non poteva così passare inosservata ad un settimanale legato agli avvenimenti spettacolari, anche perché subito nacque l’idea di realizzare un film sulla vita dell’insigne abruzzese. Naturalmente furono narrate vicende non note sulla sua biografia. Doletti raccontò così che, nel 1933, fu ventilata la proposta di girare una nuova versione del dramma “ La figlia di Jorio”. Gabriellino D’Annunzio, figlio del poeta, si recò al Vittoriale per prendere ordini dal padre; ma non fu ricevuto. Il Vegliardo era ammalato e allora scrisse quelle che erano le sue volontà in merito alla trasposizione filmica della sua opera. Gabriellino si affrettò a consegnare al Direttore di “ Film” il prezioso documento che il settimanale, in occasione del ferale annuncio, pubblicò con titolo su quattro colonne e gigantografia dell’originale. Diciamo subito che il Vate si dichiara subito d’accordo per filmare la sua tragedia, anzi nomina subito il figlio direttore artistico della produzione. Impone però il nome del musicista che dovrà essere Ottorino Respighi, un compositore di grande finezza. L’occasione è buona perché il Vate faccia sapere quel che pensa dell’arte cinematografica. Ad ogni modo riportiamo, quasi nella sua interezza, il messaggio dannunziano.
“ Tu sai – scrisse D’Annunzio- che “ La figlia di Jorio” ha una specie di resurrezione fiammante sul teatro e che il popolo è rapito nella poesia popolare come non mai. Il cinema ancora una volta si sostituisce alla ribalta annosa. Non discuto, in questo caso. Ma confermo i miei disegni che tu conosci. Il cinema deve dare agli spettatori le visioni fantastiche, le catastrofi liriche, le più ardite maraviglie: risuscitare- come nei poemi cavallereschi- il “meraviglioso”, il “ maravigliosissimo” dei tempi moderni e degli spiriti di domani. Scrivo in fretta, e in pena. Credo che tu conosca in parte le mie dottrine. Ti ricordo queste, perché tu sappia- oggi- che io volentieri, dopo questo esperimento della tragedia pastorale, comporrei un grande mito moderno servendomi del “ trucco” che abolisce i temi delle invenzioni. “ Trucco, trucchi, truccherie…” Non chiamate così le stupende frodi che tessono lo schermo con il ritmo dei rapsodi? So che oggi i “ trucchi “ sono innumerevoli e penso che nei “ trucchi” appunto sia la potenza vera e inimitabile del “ cine”.
Questa la lettera, ma il settimanale pubblica altre notizie sul pensiero critico del nostro personaggio sul cinema. Sappiamo così che “ abomino il cinematografo sonoro ed ho in uggia le didascalie letterarie che credono commentare il colore il movimento delle immagini” e che ha adibito a sala di proiezione un salone del suo regale Vittoriale. . Sul “ Film” intanto viene avanzata l ‘idea di girare un film sulla vita del grande estinto. Il Direttore Mino Doletti si dà da fare a sentire varie personalità sulla bontà, o meno, di quella che in realtà è una sua proposta. Scrive al giornale – sollecitato dalla direzione? – il giornalista francese Georges Zambon del periodico “ Cines-France” che è d’accordo per l’iniziativa- è ancora lontana la dichiarazione di guerra che inoltreremo alla Francia due anni dopo- , soltanto – è la sua obiezione- che “ …la vita di D’Annunzio appartiene alla latinità. La letteratura francese e italiana sono state da lui arricchite, la vita politica, letteraria e militare è stata essenzialmente al servizio della latinità. Siamo, dunque, noi latini che dobbiamo costruire un monumento cinematografico capace di rievocare onestamente e degnamente la vita del poeta in Italia, a Roma, a Venezia, in Francia “.
L’interesse francese sembra trovare un accordo fra Francia e Italia tant’è che viene costituito a Milano un consorzio italo-francese per avviare la lavorazione del film, soggetto affidato alla penna di Orio Vergani, regista Guido Salvini. Arriva la notizia che anche Hollywood è interessata a una biografia dannunziana soltanto che il Vate, come scriverà “ Life” nel suo numero del 14 marzo 1938, viene visto come. “…colui che il Governo francese , pagandogli i debiti, poté corrompere e costringere a indurre l’Italia a entrare in guerra con gli Alleati”. Subito dopo questa notizia, “ Film” pubblica, in prima pagina una lettera, datata Pasqua 1938 ,XVI, di Ugo Ojetti, Accademico d’Italia, scrittore e già Direttore de “ Il Corriere della Sera”. Dice la missiva: “ Caro Direttore, lasciate che plauda a quello che avete scritto su “ Film” a proposito della minaccia americana di un bel drammone cinematografico su un immaginario Gabriele D’Annunzio e sulla sua “ vita inimitabile”. Il rischio è grave, e solo una rapida e risoluta iniziativa nostra, ufficialmente benedetta, può scansarlo, Insistete voi che potete e che, soprattutto, sapete”.
Sul probabile film sul recente estinto, il settimanale sollecita anche il parere dei cineasti. Il regista Alessandro Blasetti si pronuncia subito per il no. Scrive il regista che ha già girato “Palio”, “ Ettore Fieramosca”, “ Vecchia guardia”, apologia della marcia su Roma, “ !860”, “ Aldebaran” :” Credo assolutamente inopportuna e destituita di possibilità di successo, ma soprattutto di probabilità di una dignitosa realizzazione, l’idea di fare un film su D’Annunzio. Nego che qualunque regista e qualunque attore al mondo possano presentarci la figura del Poeta senza darci un’impressione che non sia per la memoria di lui offensiva “. Scrive sulla questione anche Carmine Gallone, il regista di tanti film basati su popolari melodrammi: “ Non lo vedo affatto. Un film su D’annunzio, ora, non ha alcuna ragione di essere, né artisticamente, né eticamente. D’Annunzio è ancora fra noi e vi resterà lungamente, vivo e presente. A fare un film su D’Annunzio possono pensare oggi soltanto gli speculatori d’attualità”. Contrari si annunciarono anche Goffredo Alessandrini e Camillo Mastrocinque, favorevole invece il documentarista Romolo Marcellini per il quale il film doveva essere“ un’opera piena di passione e di azione”.
Scese anche in campo lo scrittore Massimo Bontempelli (1878- 1960). Era, in quegli anni, Accademico d’Italia e s’era distinto, in campo letterario, per il “realismo magico” nel quale inquadrò il suo stile. “ Come vedrei- scrisse a “ Film”- un grande film su Gabriele D’Annunzio? Lo vedrei male, malissimo. Anzi non lo vedrei affatto, perché se lo fanno non andrò mai a vederlo”.
Il film su Gabriele D’Annunzio non fu mai girato.

Vito Maurogiovanni

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3 Risposte to “Storia di un settimanale cinematografico: Film”

  1. roebrto consiglio Says:

    Vorrei vedere alcune pubblicazioni del settimanale Settegiorni diretto da A. Papandera o in quale biblioteca di Bari posso reperirlo.

  2. BoogNiny-online Says:

    Perche non:)

  3. giulio cesare reanda Says:

    sto cercando una rivista di informazioni cinematografiche sigla (ICI) diretta da mio padre Alessandro Reanda nel primo dopoguerra? dove posso trovarne almeno una copia?

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